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LA GRANDEZZA MORALE DELL’ INDIA: una riflessione di Claudio Torrero
Non sufficiente attenzione ha ottenuto qui da noi l’esito delle elezioni in India, la cui importanza può essere invece comparata solo con quelle degli Stati Uniti. Innanzitutto perché si tratta, come si dice, della più grande democrazia del mondo: l’India è seconda, per numero di popolazione, solo alla Cina, e nel giro di qualche anno la supererà. Ovviamente sarebbero importanti anche le elezioni in Cina, se si facessero; e, in attesa che ciò avvenga, l’India è l’unico paese al mondo con le dimensioni demografiche di un intero continente ad essere governata con un sistema che ha non pochi difetti, ma sicuramente il merito di impedire mali ben peggiori.
In secondo luogo, l’India è un paese di antichissima storia e grandissima tradizione, che sta affrontando processi di modernizzazione di portata immensa che la conducono in tempi rapidissimi a una posizione economica e politica preminente nel mondo. Processi i cui costi sociali sono ingenti, con la polarizzazione di ricchezza e di miseria che l’Europa ha ben conosciuto nei secoli della sua ascesa, su scala però amplificata. Si può dire che India e Cina stiano in fondo recuperando lo splendore e la potenza che le hanno caratterizzate per gran parte della loro storia, di cui proprio l’Europa le aveva deprivate; a differenza della Cina, l’India però riesce a compiere questo percorso senza cadere vittima di un sistema autoritario, senza che la libertà personale sia sacrificata allo sforzo collettivo.
Rispetto alla Cina, c’è anche un’altra differenza: mentre quest’ultima ha intrapreso la sua modernizzazione recidendo ogni legame col passato, distruggendone anzi furiosamente ogni traccia, l’India ha scelto di conservarlo, di attingere alla tradizione le energie che la sospingono verso il futuro. Sotto questo aspetto l’India presenta caratteristiche uniche, perché un mondo altamente tecnologizzato, con aspirazioni spesso simili a quelle occidentali, convive con modi di vita e stili di pensiero antichissimi, che introducono come a un’altra dimensione dell’umano. In particolare la religiosità indiana, pervadente ogni ambito della vita, appartiene a un’epoca dell’umanità che l’Occidente si è da molti secoli lasciato alle spalle, a quella sorta di rivelazione cosmica in cui gli uomini appaiono originariamente collocati. Il Cristianesimo, ma già anche l’Ebraismo e poi l’Islam, appartiene a un’epoca successiva, in cui è la dimensione storica a dispiegarsi. Quel più antico universo non appare più nel suo splendore, ma come un meccanismo cieco e disumano: bisogna che un atto d’amore conduca gli uomini a una nuova conciliazione col divino.
In effetti le contraddizioni non mancano nel profondo grembo dell’India; non solo quella odierna tra ricchezza e miseria, ma anche quella più antica e quasi inspiegabile che divide l’umanità in caste: pietra di scandalo per l’etica occidentale, radicata nel Cristianesimo, ma pietra di scandalo anche per l’India moderna, che dall’Occidente ha ereditato i suoi principi costitutivi. Due mondi coesistono, tenuti insieme da un fragile equilibrio che lo stesso Gandhi fece attenzione a non spezzare. Si trovava egli infatti a vivere l’ambiguità di forze che avrebbero potuto rivestire portata universale, ma anche rifluire nel rancore. Puntò, evidentemente, tutto sulla prima via, ma il suo assassinio mostrò bene quanto anche la seconda fosse aperta.
Il partito del Congresso, che oggi ha vinto oltre ogni aspettativa la competizione elettorale, è erede del generoso e illuminato tentativo di Gandhi: dello sforzo di credere che la grande tradizione dell’India possa accogliere e integrare l’apporto del Cristianesimo e dell’Occidente. A essere sconfitto è invece un partito, il Bharatiya Janata Party, il cui fondamento filosofico è la riaffermazione dell’originario ed eterno valore della cultura dell’India attraverso una critica della cultura occidentale; una critica non banale, che meriterebbe attenta considerazione, il cui esito è nei fatti però inquietante: si vedano le persecuzioni contro la minoranza cristiana che, soprattutto nell’ultimo anno, si sono scatenate in alcuni stati dell’India, nei quali non a caso è al governo quel partito.
Osservando le cose in termini sociali, non si può non vedere che i profondi sconvolgimenti che la modernizzazione dell’India produce pongono di fronte a un’alternativa: da un lato irrigidire difensivamente la tradizione, a costo di trasformarla in ideologia e quindi tradirla; dall’altro aver fiducia che la tradizione sappia accordarsi coi cambiamenti, e positivamente accogliere valori di promozione umana anche non direttamente scaturiti da essa. Il fatto che l’esito delle elezioni abbia inequivocabilmente rafforzato questa seconda direzione è confortante: non solo per i gravissimi pericoli al momento scongiurati, soprattutto di scontro col mondo islamico interno ed esterno all’India, ma ancor più per il coraggio e la fiducia in se stessa che l’India dimostra, miglior dimostrazione del valore universale della sua cultura.
Un’ultima osservazione. Al vertice del potere indiano è una donna, Sonia Gandhi, nata e cresciuta in Occidente. Una così convinta accettazione del suo ruolo, e ora anche di suo figlio Rahul, è la miglior testimonianza della grandezza morale dell’India. L’unico termine di paragone è l’elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Nell’uno e nell’altro caso, segni straordinari che inducono alla fiducia.