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Il limite e la pace
(già pubblicato sulla rivista "Ricerca di Senso", Erickson, n.3 2005)
Massimo Salustri
1. Tra desiderio d’immortalità e limiti invalicabili
1.1. La perenne ricerca della vita
Il desiderio di continuare a esistere è un tratto che caratterizza la condizione dell’uomo di ogni tempo e lo spinge a un’affermazione di sé che risulta decisiva per il suo benessere e la sua salute psicofisica; ciò è dovuto alla presenza di energie vitali che danno impulso, senso e motivazione all’intera sua esistenza. Noi aderiamo profondamente a questo tratto e i comportamenti di coloro che sembrano negarne il valore (come i suicidi) ci appaiono innaturali e patologici (Fizzotti E.-Gismondi A., 1991).
Naturalmente, questo desiderio spinge a una continua ricerca di risposte rassicuranti; l’uomo, nella storia, si sperimenta continuamente nel tentativo di individuare soluzioni sempre più idonee ad appagare la sua voglia di vita. Lo stesso processo di civilizzazione sembra riflettere questa tensione. Non sembra, infatti, che la creatività umana sia legata a un bisogno meramente estetico, o ludico, o astrattamente investigativo. Tutto ciò che l’uomo fa, appare, anche se tra mille mediazioni che ne attenuano la visibilità, sempre ispirato dalla ricerca di una risposta rassicurante al proprio desiderio di continuare a esistere, sia pure attraverso le cose che crea e che continueranno a vivere quando non ci sarà più.
Non sempre, tuttavia, l’ansia di vita dell’uomo si traduce in ricerca e tensione verso qualcosa d’inedito. Ogni momento della storia è un presente che si colloca tra un passato ricco di oscurità di cui conserviamo la memoria nel nostro inconscio collettivo, come forse direbbe Jung (1983), e un futuro tanto desiderabile quanto incerto. Grande è, in questo senso, il valore emblematico del libro dell’Esodo, nella parte in cui descrive il dubbio che attraversa gli israeliti in fuga verso la libertà, tra l’idea di tornare schiavi in Egitto (con le sue certezze sia pure penose) e quella di procedere in una direzione nella quale non vi è logica umana a dare conforto (Martini C. M., 1992, pp. 64-66).
Ma nella vita quasi mai interviene un atto di fede a illuminare la speranza verso il futuro e occorre riconoscere che, schiacciato tra l’oscurità del passato e l’incertezza del futuro, il presente può divenire anche un momento da proteggere e da conservare. E’ giusto, infatti, riconoscere il valore del cammino fatto nella storia, portare il ricordo dei disagi vinti e non svalutare ciò che si è, solo perché ancora distanti da uno stato di perfezione. Non dobbiamo giudicare la condizione umana a partire da ciò che le manca per essere la migliore possibile.
Questa tentazione di difendere l’hic et nunc (conservare), quando l’angoscia dell’incertezza ci preme, non deve indurci, tuttavia, ad eternizzare il presente e a credere che quella che stiamo vivendo sia la risposta definitiva ad ogni istanza umana, perché così facendo affermiamo un punto di vista che:
- esclude dal reale il limite e la provvisorietà;
- non accetta l’idea secondo cui restiamo sempre e comunque distanti dalla conoscenza piena delle cose, quali che siano le nostre azioni e le nostre teorie;
- ignora, in altri termini, che il futuro ha bisogno del suo senso che oggi ancora non conosciamo;
- fa apparire superfluo e fastidioso ogni impegno rivolto alla ricerca di soluzioni umanamente più avanzate.
Chi nasconde il relativo dentro un presunto assoluto (in realtà negando l’assoluto a favore di un relativo assolutizzato), produce l’effetto ulteriore di un sostanziale immobilismo intellettuale e materiale di fronte alle istanze spesso disperate che vengono da tanta parte del mondo e alimenta contrapposizioni e conflitti che sfociano in odi razziali, in persecuzioni striscianti dei più deboli e in vendette degli oppressi.
1.2. Il limite e la pazienza di imparare
Se, al contrario, si acquista uno stile di giudizio capace di valorizzare l’in progress, se si riesce ad accettare con pazienza l’idea secondo la quale l’uomo nella storia è perennemente in cammino entro limiti inevitabilmente definiti e da ridefinire, e se si riconosce che questa è l’unica cosa che può fare e che è lecito attendersi da lui, allora può rendersi evidente che la sua inadeguatezza non è necessariamente imputabile a una ragione di cattiva volontà o a qualcosa di cui vergognarsi, ma è strutturale a se stesso e non va nascosta ma accettata.
Si tratta di un’accettazione da fare con senso storico, ricordando che l’uomo vive esperienze concrete che lo caratterizzano nelle idee, nelle emozioni, nelle certezze, nelle preoccupazioni, nei sentimenti positivi e negativi, negli stili di vita; la stessa verità su se stesso si dischiude a lui solo progressivamente e, nel frattempo, egli può manifestare inadeguatezze di cui non è neanche consapevole.
Storicamente l’uomo è stato causa di distruzione della vita, non sempre consapevolmente o volutamente, e potrà esserlo ancora, non tanto e non solo per la sua natura violenta, ma perché gli è spesso difficile comprendere dove stia la vita e distinguerla con certezza dalla morte. L’uomo primitivo, ad esempio, deve aver creduto di proteggere meglio la propria vita eliminando fisicamente ogni potenziale rivale nella ricerca di risposte ai propri bisogni di sopravvivenza; egli non sospettava (e forse neanche l’uomo di oggi lo sospetta) che la soppressione della vita dell’altro avrebbe tolto vita anche a lui. La precarietà, che contribuiva a strutturare in lui una psicologia del tipo mors tua vita mea, non lo aiutava certo a riconoscere e a valorizzare la vita, ovunque essa si esprimesse. In modo analogo, anche la distruzione dell’ambiente naturale, che si pratica sistematicamente anche oggi (forse più che mai), rivela la non coscienza dei tanti modi in cui la vita è presente tra di noi.
E’ importante tenere conto del problema concreto che l’uomo incontra nella sua personale esistenza. Se non si fa questo, si rischia di smaterializzare l’oggetto della discussione e di parlare dell’uomo come di un’entità astratta, come se non agisse su di lui quel condizionamento bio-psico-ambientale che è fondamento della sua specificità e diversità. L’esistenza, per l’uomo, è un problem solving ed egli spesso non sa bene dove sia la vita e in che cosa consista. Confusamente, cerca di difenderla aderendo a ciò che sembra rispondere più immediatamente al suo bisogno urgente di rassicurazione ma, così facendo, trova solo risposte di vita superficiali, di corto respiro e soprattutto incapaci di sostenere anche l’aspirazione alla vita di cui sono portatori gli altri soggetti umani e l’universo in genere. Ciò che sperimenta, il più delle volte, è solo l’illusione della vita, ma di questo non si rende conto. Se questa è la condizione concreta degli uomini, è da qui che occorre partire per sviluppare una qualunque riflessione.
2. Il limite di sempre e il nostro tempo
2.1. L’infelicità dell’occidente
Ma cos’ha di particolare questo nostro tempo? Di tanto particolare da far avvertire in forma nuova le ansie di sempre? Sempre l’uomo è stato alle prese con il problema della vita e della morte e, spinto da un’ansia d’eternità o, come potrebbe anche dirsi darwinianamente, da un istinto di sopravvivenza, ha cercato soluzioni capaci di dilatare le proprie possibilità di vita. Le stesse narrazioni bibliche delle origini alludono a una continua tensione umana ad andare al di là della propria dimensione attuale: è così per la narrazione del peccato dell’Eden, ed è così anche per l’uccisione di Abele da parte di Caino o per la leggenda della Torre di Babele. Si tratta di paradigmi rappresentativi della perenne tensione dell’uomo a forzare i limiti della propria consistenza per approdare ad uno stato di pienezza di vita, e non è un caso che, come racconta l’estensore del libro della Genesi, le conseguenze prodotte da tale tensione furono tragiche. Anche oggi continuano a esserlo.
Negli ultimi decenni, dopo la tragedia dell’Olocausto che ha macchiato indelebilmente la credibilità storica e culturale dell’Occidente più avanzato, l’uomo ha imparato a gestire in modo meno distruttivo le contraddizioni nelle quali s’imbatte. Lo scontro di potere si esprime, in verità, a livello economico e finanziario e la propensione a primeggiare resta ordinariamente avvolta dentro paludamenti che la fanno apparire un the preso in salotto alle cinque del pomeriggio. Si tratta, in realtà, di un’illusione: la tensione a espandersi, ad andare al di là di sé stessi, non si è eclissata ma si è solo rivestita di apparenti ragionevolezze.
Ma pur vivendo con la consapevolezza della propria forza e in uno stato di relativo benessere, il mondo occidentale avanzato non vive felice. Schiacciato da un modello culturale fondato sull’antagonismo e sull’individualismo più sfrenato, che gli impongono di gareggiare e di vincere sempre, pena la svalutazione sociale, l’uomo occidentale sembra in uno stato di perenne inquietudine, incapace di ribellarsi, resta legato alla sua condizione anche perché non sa immaginare se stesso al di fuori del contesto in cui si trova a vivere.
Dopo il fallimento del socialismo reale che, almeno a livello programmatico, si pose l’obiettivo di dare risposte che restituissero dignità umana ai soggetti deboli del tessuto sociale, non si vedono oggi, all’orizzonte della storia, movimenti o idee, diversi da quelli dominanti, su cui fondare una nuova speranza politica per l’uomo. E questa difficoltà a indicare nuove strade è propria anche dei paesi meno sviluppati, i quali, nel progettare un possibile cammino di emancipazione, appaiono privi di un’energia propria e sembrano destinati a non poter prescindere dal modello economico occidentale che, per altro, è quello che li ha indebitati oltre ogni limite sostenibile. In tal modo convivono in questi paesi uno stato di forte dipendenza e un pericoloso risentimento.
Senza voler negare che il modello occidentale abbia dato i suoi frutti e abbia consentito a masse di miserabili di uscire dalla condizione di precarietà in cui versavano, vi sono, tuttavia, ragioni sufficienti per sperare che i paesi economicamente meno progrediti possano affidarsi oggi a ipotesi di sviluppo diverse da quelle assunte a proprio fondamento dal Nord del mondo. Questo modello, infatti, è ormai caratterizzato da un senso di arrogante autosufficienza, è degenerato e ha prodotto antagonismi intollerabili, disparità gravi, mercificazione, consumismo, degrado culturale, perdita di senso, massificazione; ci ha resi schiavi della necessità di gareggiare sempre e di produrre e consumare senza limiti. Possedere cinque televisori, tre auto e quattro motorini è lo standard normale su cui si attesta una famiglia piccolo-medio borghese italiana di quattro persone, se non vuole apparire perdente. E’ già all’interno dei paesi più sviluppati che si consuma, dunque, una violenza che diviene ogni giorno più intollerabile.
2.2. Rischi di azzeramento delle culture particolari (diversità)
In secondo luogo, l’invasione della cultura occidentale, propiziata dalla facilità con la quale i mass-media annullano ogni distanza e rendono istantanea ogni comunicazione, rischia di azzerare storia e culture particolari e di eliminare, in tal modo, ogni diversità. Alla luce della cultura consumistica e produttivistica che ci caratterizza, i paesi poveri vengono stigmatizzati da noi occidentali, soprattutto per la non operosità di chi li abita e per la difficoltà di costoro a trovare le risposte persino ai bisogni più elementari di sopravvivenza. Non ci attraversa minimamente l’idea secondo cui tali condizioni di vita potrebbero derivare anche da una visione delle cose (una cultura, dunque) che considera rilevanti delle variabili e delle compatibilità che invece sono da noi ingiustamente ignorate. L’ambiente naturale, ad esempio, è considerato dal mondo più avanzato come oggetto di appropriazione e di sfruttamento e non un luogo da rispettare e con il quale convivere in un rapporto di assoluta parità come è nella sensibilità di popoli che vengono da noi chiamati sottosviluppati.
2.3. Un conflitto senza precedenti
Vi sono, poi, drammatici eventi nuovi. Nella parte del mondo che si è soliti indicare come la più sviluppata dal punto di vista socio-economico, e nella quale si trova riflesso, sul piano istituzionale, in modo mediamente soddisfacente il bisogno di giustizia e di democrazia, si vive negli ultimi anni, e sempre di più, la precisa sensazione di essere oggetto dell’odio profondo e insanabile di chi abita altre parti del mondo.
Questo dato è certamente riconoscibile negli eventi tragici dell’11 settembre 2001 e nella mente di chi li ha ispirati. Gli USA sono individuati dall’estremismo islamico come la punta di diamante di un sistema economico e di cultura che mortifica il bisogno di una vita più umana e dignitosa di coloro che ancora si agitano nella mancanza persino dei beni essenziali. Ma tale risentimento arriva poi a coinvolgere, anche se in modo non sempre clamoroso, paesi come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Spagna, l’Italia; tutto l’Occidente sviluppato viene individuato come un grande satana, atteso al varco della resa dei conti.
Naturalmente l’estremismo islamico non fa che esprimere con modalità inaccettabili un sentimento che abita nei cuori dei poveri e degli sfruttati di tutto il mondo (dei sottomessi): dall’Africa all’America Latina, fino all’Asia. La barbarie dei kamikaze, per come si sta proponendo, sembra aver aperto una pagina nuova nella storia della violenza tra gli uomini e non è facile, per coloro che ne sono le vittime potenziali, normalizzare l’idea che il nemico non tiene alla propria vita come sarebbe normale che fosse. Salvare la propria vita, sia pure messa a repentaglio dalla guerra, è sempre stata la regola aurea di un codice di comportamento non scritto, che ha offerto per millenni delle coordinate semiologiche irrinunciabili ai contendenti. Questa presunta identità d’interessi, che in qualche modo proteggeva tutti, sia pure vissuta nella contrapposizione, è svanita nel nulla, lasciando un dubbio angoscioso tra i contendenti, che rende difficile comprendere quali leggi della guerra continuino a valere.
La violenza suicida è riuscita a colpire “l’odiato nemico occidentale” persino nei suoi sancta sanctorum e nessuno, ormai, può ritenersi al di sopra del rischio di essere una possibile prossima vittima: anzi, più si è potenti, più si è nell’occhio del ciclone. E questo è un elemento nuovo che a livello psicologico, sia conscio che inconscio, può indebolire anche le volontà più ferree e determinate. Anche perché la più grande potenza del mondo, alla quale si è soliti guardare come a un salvagente collettivo, ha mostrato di poter essere messa in ginocchio persino dagli incidenti più banali (vedi black out a New York).
3. Dove comincia la pace, dove comincia la guerra
3.1. L’onnipotenza dell’occidente
Qualcosa, dunque, di molto grave è venuto a modificare il pur precario equilibrio delle relazioni mondiali, qualcosa che ha superato la soglia della tollerabilità e non è in nessun modo recuperabile pacificamente.
Quando un tale evento si verifica, non ci si può limitare a inorridire di fronte alle violenze di cui ci si sente in qualche modo spettatori ingenui e vittime. In realtà, c’è sempre un’interdipendenza nel rapporto causa-effetto di ciò che accade, anche se si preferisce leggere determinati eventi come se fossero legati a una logica tutta unilaterale. Se ciò è vero, ne consegue che occorre rivedere, per verificarne la bontà, tutti i meccanismi che caratterizzano i modi di essere delle relazioni tra i paesi e i popoli. Per noi occidentali, inoltre, si rende necessaria una riflessione critica e autocritica su tutto l’impianto teorico e operativo al quale ci riferiamo per sostenere l’idea che abbiamo di noi stessi, anche allo scopo di verificare se questa stessa idea sia fonte di errori e ingiustizie.
Che il mondo occidentale viva con un’idea onnipotente di sé e non si lasci influenzare neanche dall’evidenza delle cose, è sotto i nostri occhi oggi come non mai. Il modo in cui i responsabili politici degli Stati Uniti e dell’Inghilterra hanno presentato al mondo le ragioni della guerra in Irak è sconcertante. Non solo hanno enfatizzato la necessità di rispondere militarmente a una minaccia la cui pericolosità non è stata, poi, dimostrata, ma non vi è traccia, nei loro ragionamenti, di una riflessione sul carattere sempre circolare della causalità degli eventi. L’11 settembre è proposto come se fosse il Big Bang della storia del mondo, prima del quale ci sarebbe stato solo il deserto. In particolare, gli Usa ritengono di rappresentare la parte moralmente sana del mondo, di non dover sottoporre alcunché a riflessione autocritica e di poter risolvere ogni conflitto internazionale imponendo con la forza una Pax americana fondata sui valori di una civiltà irreprensibile.
In realtà, questa chiave di lettura degli eventi nasconde la verità di una politica economica aggressiva e sopraffattoria praticata dagli USA e dai suoi alleati nei confronti dei paesi più deboli. Lo sviluppo scientifico e tecnologico, alla base delle conquiste del mondo più sviluppato e giustamente riconosciuto come espressione di un’alta civiltà, avrebbe potuto portare ovunque sollievo e benessere, mentre è utilizzato come strumento di potere e di oppressione.
3.2. Segni dei tempi: l’immigrazione e lo scontro culturale e religioso
Ma ci sono altri problemi emergenti oggi nel mondo che evidenziano l’incapacità cronica di capire lo status quaestionis da parte dell’Occidente più avanzato.
Nei paesi sviluppati dell’Europa il fenomeno dell’immigrazione di uomini e donne provenienti da paesi che vengono definiti extracomunitari è vissuto come invasione, intrusione, insopportabile aggressione al proprio stato di benessere e di tranquillità. Chi esprime posizioni diverse e più concilianti sul tema ricorda i tempi in cui proprio dai paesi che oggi sono detti sviluppati tanta gente povera partiva per cercare fortuna altrove. Ma si può dire di più. La relazione con i paesi poveri fu voluta e cercata in primis da quelli ricchi (o aspiranti tali) a proprio uso e consumo quando organizzavano spedizioni militari tese all’appropriazione integrale dei territori e della vita della gente che li abitava. Era il tempo del saccheggio senza veli delle risorse naturali e dello schiavismo. E che dire del fatto che anche oggi il benessere del mondo occidentale avanzato e la sua stessa opulenza poggiano sull’utilizzo di una materia prima, il petrolio, che costituisce in gran parte una risorsa dei paesi meno sviluppati? A noi occidentali, dunque, la contaminazione va bene quando è conveniente.
Connesso ai fenomeni migratori in atto in Europa è anche il problema dello scontro culturale e religioso. È probabile che sul piano delle dichiarazioni di principio non siano poi molti gli europei pronti a teorizzare idee di tipo razzistico. Nella pratica, tuttavia, si assiste a una sostanziale denigrazione di tutto ciò che viene dalle culture diverse da quella occidentale. Qualche intellettuale europeo pseudoilluminato si è spinto anche a magnificare le virtù dell’Occidente soprattutto per mostrare l’inconsistenza di altre culture che non avrebbero prodotto, a proprio dire, alcunché di significativo nella storia della ricerca umana. Questo tipo di convincimento poggia su indiscutibili dogmi: non c’è mercato se ci sono limiti al consumo, sul piano politico non vi è percorso sensato se non all’interno dei principi di democrazia così come li ha affermati l’Occidente, sul piano religioso non vi è fede sostenibile se non quella che si rifà ai valori cristiani. A partire da queste premesse, si fa presto a definire inadeguato, insensato e privo di spirito d’iniziativa, l’approccio alla vita meno dinamico dei popoli del sud del mondo. Non viene il sospetto che dentro tale diversità vi possa essere in gestazione una progettualità che richiede più tempo per venire in vita, una forma di sviluppo meno schiava della nostra nevrotica necessità di movimentare l’esistenza e di possedere cose spesso inutili.
In questo contesto, in cui il valore e il senso vengono decisi dai potenti della terra, vi sono popoli e paesi che subiscono un’intollerabile svalutazione della propria dignità umana e questo, alle lunghe, provoca risentimenti, rancori e sete di vendetta. Non si può, quindi, trattare il fenomeno, certamente destabilizzante, del terrorismo come se fosse una variabile indipendente nel sistema delle relazioni tra i popoli e le nazioni; esso è solo un anello di una catena nella quale altri fattori, soprattutto di carattere economico e culturale, svolgono un ruolo forse non altrettanto fragoroso, ma certamente carico di violenza e di ostilità.
4. Un fondamento biblico del senso del limite
4.1. La condizione dell’uomo sulla terra
Il riferimento all’antagonismo tra le religioni, merita un approfondimento che metta in evidenza alcuni aspetti teorici e pratici della religiosità che rilevano ai fini della presente trattazione. In particolare ci soffermiamo sulla tradizione ebraico-cristiana depositata nella Bibbia per le sue implicazioni con la storia dell’occidente.
Sia la fonte sacerdotale che quella jahvista, nel libro della Genesi, mettono in evidenza il particolare significato che è da attribuirsi all’unione tra l’uomo e la donna.
In Gen. 1, 27 si legge: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». E più avanti, in Gen. 2, 24, si afferma: «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne».
È’ importante, nella prima delle due citazioni, l’affermazione secondo cui il maschio e la femmina rappresentano due stati di non pienezza, ma possono, come suggerisce la seconda citazione, superare questa condizione, riconoscendo il valore irrinunciabile dell’altro e accettando di integrarsi vicendevolmente. Solo percorrendo tale via, e rinunciando a ogni tentazione di onnipotenza, l’uomo trova il suo più autentico significato: la pienezza è una condizione che lo trascende strutturalmente.
Il problema che si pone con grande evidenza è quello della condizione umana sulla terra, dei suoi limiti e delle possibilità del loro superamento. Il contenuto sapienziale della Bibbia, nei brani considerati, è davvero alto e, volendo andare oltre la narrazione mitologica a cui tali contenuti sono affidati, restano delle verità incontrovertibili che si sono rese evidenti all’uomo nel corso del suo lungo percorso dentro la storia.
Il riferimento, in primo luogo, è al concetto di limite. Non ogni cosa è possibile all’uomo, ma esiste un problema di compatibilità nel reale, nella relazione tra le persone e le cose, nelle soluzioni da trovare. Se tutto questo non è osservato, se si prescinde dal rispetto di queste compatibilità in tutto o in parte, lo sforzo dell’uomo di dare risposte sintetiche al proprio bisogno di ricomposizione ordinata di ciò che vive è destinato a frequenti insuccessi.
Proprio questo dicono i brani della Genesi che sono stati citati e che parlano dell’uomo come frammento: c’è un limite che l’uomo deve conoscere e osservare, non per rendere ossequio a chissà quale minacciosa autorità, ma per percorrere la strada per lui più sensata in considerazione della sua consistenza, dei suoi condizionamenti, dei suoi bisogni, del contesto in cui vive, di ciò che sono gli altri, di ciò che è la realtà.
Occorre tuttavia osservare che il limite di cui si sta parlando non deve essere inteso come difetto, imperfezione o condanna. Né come un’entità data una volta per tutte. Lo sforzo è quello, semplicemente, di connotare la condizione d’esistenza; è una ricerca di verità.
L’uomo ha spesso rifiutato di accettare la propria limitatezza perché in essa vede la sua sconfitta. Giustamente la teologia più accorta ha osservato che nel peccato originale, più che ricordare un evento dell’infanzia dell’uomo, si tratta di riconoscere l’origine dell’errore, cioè la modalità costante e quindi sempre attuale che caratterizza l’agire umano.
Il tentativo dell’uomo di «superarsi», quindi, continua; per arrivare a essere solo ciò che è, deve da una parte combattere la tentazione dell’onnipotenza e dall’altra difendersi da una cultura oppressiva che lo vuole obbediente e mentalmente pigro, limitato (in senso qui inaccettabile) anche nel diritto di pensare e di capire, come se tutto fosse già stato rivelato, o spettasse solo a soggetti privilegiati il compito di «cercare».
Eppure, la possibilità di tornare a guardare in modo ragionevolmente progettuale a questo inizio di millennio riposa proprio nella centralità del concetto di limite umano, inteso come verità ineludibile e inevitabile, da definire dentro la storia quanto alla sua qualità e alla sua quantità, senza forzature snaturanti, senza, cioè, chiedere all’uomo di essere altra cosa rispetto a quello che è.
4.2. La cultura del perfezionismo
A questo proposito si deve prendere atto delle conseguenze negative, anche sotto il profilo pedagogico, derivanti da una visione filosofica, teologica e politica, che ha caricato l’uomo di pesi insostenibili e ha fondato quella che può essere definita la cultura dei grandi valori. È’ una cultura che caratterizza essenzialmente il mondo occidentale, che nasce dalla Grecia di Socrate e di Platone, che scinde l’uomo che è da quello che sarebbe bene che fosse e che condiziona gran parte della cultura cristiana (lo spirito è bene, il corpo è male).
Occorre riconoscere che tale cultura è emersa in opposizione alla barbarie, a un’epoca primitiva, cioè, in cui ciò che si pratica comunemente è la violenza e la sopraffazione. C’è un riferimento realistico che parla confusamente di uno stato primordiale di barbarie che a fatica potrebbe essere situato in un luogo preciso della storia, ma che l’umanità ha certamente conosciuto: nel Capitolo 4 della Genesi, ai versetti 23 e 24, Lamech, discendente di Caino, si vanta: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette».
Ma la cultura dei grandi valori positivi, che nasce come bisogno di riscatto e per rendere sostenibile all’uomo la condizione di barbarie nella quale vive, ha fatto il suo tempo. Essa contiene un inganno, che spinge l’uomo a non accettarsi e a dannarsi per assomigliare il più possibile al modello che quei valori rappresentano. Quella cultura dovrebbe lasciare il posto a una cultura dell’autenticità che non riconosca più il valore nella grandezza e nella perfezione, ma nella disponibilità a convivere con ciò che della persona è più vero, nel bene e nel male.
L’uomo, almeno quello della parte più sviluppata del pianeta, può ormai fare a meno di vivere di proiezioni rassicuranti; la vita è divenuta vivibile, sostenibile; la realtà può essere conosciuta senza che ciò provochi terrificanti sconquassi. In questa condizione, in cui sembra finalmente possibile vivere l’esistente senza doverlo più camuffare, torna utile ripensare ai contenuti sapienziali della Bibbia che, letti correttamente, non sono mai alienanti.
E’ sufficiente ricordarne ancora uno.
Nella prima lettera di Paolo ai Corinti, cap. 12, si parla della diversità e dell’unità dei carismi. La lettura del brano mostra l’esistenza di un mondo sinfonico, in cui ogni essere ha un suo significato e una sua capacità esclusiva, ciascuno è unico e irripetibile, e di lui c’è grandemente bisogno. È l’insieme armonico delle diversità integrate tra di loro che consente di recuperare l’unità, quindi la perfezione, quindi la somiglianza con Dio. La prima lettera ai Corinti rende corale quanto già affermato nel libro della Genesi con riferimento al maschio e alla femmina.
E’ opportuno sottolineare, inoltre, che la ricomposizione della pluralità nell’unità non riguarda solo il genere umano. Tutta la realtà sembra aspirare a tale obiettivo. È necessario, in questo senso, superare la visione antropocentrica che domina da millenni e riuscire a vedere che l’uomo è solo una delle infinite entità dell’universo che vive con il resto in una condizione di assoluta parità. Si aprirebbero, allora, paesaggi inesplorati.
5. Il limite e l’istituzione religiosa
5.1. Il limite delle verità di fede
Il problema del riconoscimento del limite e dell’imperfezione non riguarda solo i soggetti individuali, ma anche quelli collettivi e istituzionali, laici o religiosi che siano. Sì, anche i soggetti religiosi. Sembra paradossale che proprio questi soggetti, impegnati in linea di principio nella ricerca e nella diffusione della verità, siano in realtà quelli che maggiormente faticano a riconoscere il proprio limite nel possesso della verità.
Certamente ciò accade anche perché la materia di cui si occupano è, per sua natura, totalizzante: si propone, infatti, di rispondere agli interrogativi più generali sulla vita come l’origine del creato, la vita e la morte. Ma non si può confondere il carattere totalizzante della materia trattata con la nostra capacità di risposta; è necessario ricordare, in altri termini, che, se Dio è unico, la nostra capacità di comprenderlo e di interpretarlo è parziale e limitata e ogni volta che le istituzioni religiose non hanno saputo ricordare a sé stesse tale elementare verità ne sono derivate violenze tra le più crudeli che la storia abbia conosciuto. Facendo confusione si perde la coscienza di essere solo un frammento, di essere portatori, ciascuno, di un’esperienza limitata che rende capaci di una lettura parziale di ciò che esiste.
Occorre integrare i tanti punti di vista che maturano all’interno delle varie culture, etnie, religioni, proprio come dice Paolo nella prima lettera ai Corinti, quando riconosce che ciascuno possiede il suo irrinunciabile carisma. Occorre saper ammettere che gli altri, i diversi, arrivano a conoscere cose che possono essere precluse a noi e ciò, anziché motivo di preoccupazione gelosa, deve essere ragione di gioia e di speranza per un futuro migliore per tutti.
5.2. Non si tratta di sincretismo o di relativismo
Non si vuole, con ciò, alludere all’avvento di una sorta di sincretismo religioso. Il problema che si pone non è quello di abdicare ai propri contenuti di fede per accogliere quelli degli altri. Chiunque si ponga seriamente di fronte alla ricerca del senso della propria esistenza lo deve fare nutrendo rispetto verso ciò che crede. Il fatto è che anche la dimensione religiosa va avvicinata con la coscienza del limite che ci caratterizza strutturalmente e che ci rende consapevoli della nostra inevitabile imperfezione, anche quando è un’istituzione a pensare e ad agire, forte di un’investitura proveniente direttamente dal cielo.
Non più, dunque, presupponenza, arroganza e disprezzo, ma attenzione, rispetto e fiducia nei confronti delle credenze degli altri, con la certezza che in ogni frammento di umanità vivente abita un frammento di verità. Sul fronte cristiano è importante, a tale proposito, riportare quanto dichiarato recentemente dal teologo Enzo Bianchi nel corso di un’intervista.
«Ci sono due cose che il cristianesimo deve recuperare: la prima è che la nostra fede afferma che ogni essere umano è a immagine e somiglianza di Dio, che ciascuno ha il dono dello Spirito Santo. Ciò significa che in ogni uomo, di qualunque cultura o religione, abita lo Spirito Santo e che, di conseguenza, la sua ricerca di Dio è in qualche modo accompagnata dallo Spirito. In lui, quindi, ci sono certamente delle verità, c'è una parola di Dio che permea le sue Scritture, quello che ha cercato e trovato. La seconda cosa è che, poiché la verità piena è escatologica (la stessa Chiesa non possiede la verità, ma è posseduta dalla Verità che è Cristo, verso la quale cammina in attesa del suo ritorno alla fine dei tempi), affinché io trovi più verità ho bisogno del confronto con la verità degli altri: con la loro verità essi aiutano la mia. Non c’è da aver paura in questo dialogo. Per esempio, senza nessun sincretismo, il Buddismo può essere letto da un cristiano come una grande lotta antiidolatrica, nella quale c'è una ricerca di Dio di una qualità e raffinatezza non sempre presenti negli stessi cristiani. Quindi, conoscere il buddismo e dialogare con esso può condurmi ad avvicinarmi sempre più a Dio. Certo, questo richiede maturità nella fede e non dilettantismo, e richiede di vincere la paura, troppo spesso ancora presente» (Medail, 2003). Paura che discende dalla tentazione egemonica di quanti, nella Chiesa, stanno ancora in posizione di difesa rispetto al mondo, malgrado la fine dell’epoca costantiniana.
6. La pace interiore
6.1. Le ricerche scientifiche sull’uomo
La difficoltà a incidere positivamente sui processi di pacificazione nelle relazioni tra gli uomini, porta inevitabilmente a curiosare sul livello di pacificazione interiore che caratterizza la relazione che ciascuno ha con se stesso. Le cose che accadono nel mondo, persino quelle che sembrano coinvolgere le sfere più generali, dipendono anche da come si elaborano le cose dentro di noi. C’è un’osmosi continua, tra noi e il nostro ambiente, e sarebbe difficile individuare un prius e un posterius nel rapporto causa-effetto che determina gli avvenimenti della vita.
Solo in tempi relativamente recenti la scienza ha messo al centro della propria attenzione lo studio dell’uomo dal punto di vista sia fisico che psichico ed è andata alla ricerca di motivazioni scientificamente dimostrabili per tutto ciò che lo riguarda. Per millenni ci si era mossi su un piano indistinto dove confluivano ipotesi intuitive di carattere astrologico, psicologico, filosofico, teologico, nella ricerca delle spiegazioni sul nostro essere.
«Nell’epoca medioevale l’interesse era caratterizzato dalla ricerca di una collocazione della realtà all’interno del cosmo. La terra era il centro dell’universo, e ogni cosa era interpretata come coronamento dell’attività creatrice di Dio. La teoria eliocentrica di Copernico e le scoperte di Galileo, per non parlare dell’influsso di Cartesio e di Newton, misero in movimento nuove forze che portarono a un cambio nella percezione del ruolo dell’essere umano. Il cielo e la terra cominciarono ad essere interpretati a servizio di finalità umane, e le persone acquistarono un ruolo sempre più centrale» (Fizzotti, 1992, pp. 27-28).
Anche le scienze naturali risentirono di tale variazione di orientamento e cominciarono a puntare la propria attenzione non più soltanto verso l’ambiente circostante, ma anche sulla stessa persona. Gli studi di Darwin su L’origine della specie possono essere assunti a simbolo della volontà di sottomettere la vita umana all’osservazione scrupolosa e di elaborare ragionevoli ipotesi interpretative (Darwin, 1995).
In particolare, gli studi psicologici sull’uomo, condotti scientificamente negli ultimi secoli, hanno messo in evidenza che egli è solo in parte consapevole di sé. Non stupisce più, dunque, sapere che conosciamo ancora molto poco di noi stessi e che molto resta avvolto in una nebulosa che non sappiamo decifrare e che anzi ci incute un misterioso timore. Spesso, come insegnano le regole psicologiche della proiezione, ci rappresentiamo come minacciose le cose intorno a noi e non siamo presi dal sospetto che tale rappresentazione sia la traduzione, in qualche modo razionale, dell’ansia legata al mistero di quella nebulosa che abita la nostra interiorità.
6.2. Il paradigma io-altro è dentro di noi
È importante sottolineare, ai fini del presente discorso, che ogni zona dell’uomo con la quale egli non è in contatto, abita in lui come un estraneo, cioè come se appartenesse a un altro. Anche se tale condizione può apparire paradossale e disarmante, ci consente, tuttavia, di tentare di decifrare il senso della difficile relazione che intratteniamo con l’altro reale, specie se molto diverso, a partire da noi stessi: il paradigma della relazione io-altro, cioè, è già dentro di noi e su di esso possiamo lavorare e meditare come in un laboratorio.
In primo luogo vi è un’estraneità dell’uomo a se stesso, dovuta alla scarsa conoscenza che ha di sé. Questa «ignoranza» ci induce a definire la nostra identità sulla base di elementi insufficienti e approssimativi, mentre in realtà ne restiamo distanti, come dimostra anche l’inquietudine che ci spinge alla ricerca di sempre nuovi e diversi equilibri: qualcosa che è nell’uomo, ma che egli non conosce, lo induce a non considerare definitive le coordinate mentali alle quali si affida provvisoriamente.
In secondo luogo, vale la pena ricordare quanto è stato messo in evidenza, a tale riguardo, dalla ricerca psicologica del ‘900. Freud con l’inconscio individuale, Jung con l’inconscio collettivo e Frankl con l’inconscio spirituale, hanno mostrato chiaramente che vi è una parte consistente della realtà umana che sfugge alla nostra consapevolezza ed è in grado, comunque, di condizionarci fortemente. Per evitare di restare in balia di questa “alterità” non integrata, secondo tali autori, è necessario arrivare a gestire l’eventuale conflitto che si crea tra l’Io cosciente e la dinamica inconscia, in modo tale che quest’ultima possa, in qualche modo, esprimersi e possano evitarsi quegli stati nevrotici che si verificano quando la sua negazione è troppo rigida (Fizzotti E.-Salustri M., 2001).
Vi è, infine, una terza modalità in cui si esprime l’estraneità a noi stessi: è quella che ci viene imposta dalla cultura e dai valori dominanti. E qui c’è, forse, una nostra complicità cosciente che non è dato riscontrare negli altri due casi. La società nella quale viviamo, cioè, si nutre di valori molto selettivi, non è aperta all’idea della diversità come ricchezza e ritiene positivo e carico di valore solo ciò che riconosce vitale nel proprio percorso storico. L’immagine di uomo che essa veicola attraverso i mass-media è quella del vincente ricco, carico di potere e di successo. Rispetto a questo, ogni altro modello è perdente.
Si determina, in tal modo, una corsa al conformismo, che ci fa dimenticare persino ciò che siamo con i nostri pregi e i nostri limiti e che ci vede gareggiare solo per assomigliare il più possibile al modello proposto. Il problema per tutti noi, cioè, diventa quello di vincere in qualsiasi modo e a qualunque costo, anche a quello di consumare una sorta di suicidio di parti importanti della nostra realtà psicofisica, parti di cui neanche ci occupiamo per non correre il rischio di riconoscerci inadeguati e delle quali, quindi, non scopriremo mai le potenzialità, il frammento di vita che le attraversa, l’originalità unica e irripetibile che contengono.
E’ presumibile che il denominatore che accomuna i tre tipi di estraneità di cui si è appena parlato (ma altri ve ne possono essere), stia nella paura che l’uomo ha della propria vulnerabilità e di essere sconfitto nella lotta per la sopravvivenza: per rassicurarci, almeno mentalmente, abbiamo bisogno di identificarci con un’idea «vincente» di noi stessi e di sottrarci, così, alla penosa percezione della nostra limitatezza.
Non è difficile comprendere, a questo punto, che il rifiuto di accettazione del limite che caratterizza l’uomo e che lo spinge a vivere con un senso di fastidiosa alterità tutto ciò che di sé è scomodo e avvilente, si esprima poi, in modo analogo, proiettando sull’altro e sul diverso quello stesso fastidio che prova verso le proprie cose che non lo fanno apparire adeguato e vincente.
In realtà, anche se si fa di tutto per ignorarle, le parti più deboli continuano a vivere in noi come ferite non curate, come limiti che passano inosservati; l’identificazione con uno stato di benessere e di perfezione avviene a costo di una falsificazione della verità che danneggia in primo luogo la persona stessa. È come se un medico, di fronte a una ferita, si preoccupasse in primo luogo di coprirla con una fasciatura, con il solo risultato di sottrarla a uno sguardo che troverebbe l’immagine fastidiosa. Si può capire quali potranno essere i risultati di una terapia di questo genere. Così spesso viviamo: ci rassicuriamo con una falsa idea di noi stessi e interpretiamo la condizione di coloro che sono diversi da tale idea come qualcosa che non ci riguarda e che anzi ci impedisce di vivere serenamente. Nel frattempo, continuiamo inconsapevolmente a soffrire.
7. Qualcosa in cui sperare nel contesto politico-economico in cui viviamo
7.1. Ambivalenza del benessere e ragioni di una nuova speranza
Per poter progettare un intervento capace di avviare e di stimolare un processo di pace che tenga conto di quanto fin qui osservato, occorre intervenire su diversi fronti. In primo luogo sulle regole che governano le relazioni politico-economiche a tutti i livelli.
Abbiamo già richiamato l’attenzione, in modo sintetico, su alcuni problemi che caratterizzano e condizionano le relazioni tra gli uomini dei diversi paesi del mondo e abbiamo anche evidenziato rigidità e presupponenze che non lasciano ben sperare per il futuro.
Ma forse, vi è qualcosa di nuovo nelle condizioni materiali di vita dei paesi più sviluppati su cui fondare una speranza, al di là del semplice buon senso. Nulla, ovviamente, cambia all’improvviso, ma coloro che vivono nella parte più sviluppata del mondo, stanno sperimentando una relativa tranquillità economica dopo un processo plurimillenario di distanziamento dalla precarietà: per la prima volta nella storia di questa parte del mondo, infatti, la povertà materiale non è quasi più un problema.
Non è questa una novità da poco, perché una condizione di vita in cui sia dominante l’incertezza circa la possibilità di disporre dei mezzi di sopravvivenza non è la migliore possibile per favorire relazioni pacifiche e libere. Al contrario, tale condizione ci costringe a vivere nella paura e nella diffidenza, sviluppa in noi ogni tendenza alla prevaricazione e ci induce a ricercare soluzioni anche violente ai contrasti, purché funzionali all’obiettivo.
Disporre di beni in abbondanza non è di per sé una condizione decisiva per determinare la qualità dei rapporti tra gli uomini; l’osservazione delle cose, infatti, dice che la tendenza all’accumulo della ricchezza, nell’uomo, sembra non esaurirsi mai. Ma occorre riconoscere, sotto il profilo psicologico, che la tranquillità legata alla possibilità di soddisfare i bisogni primari, libera energie precedentemente impegnate e le rende disponibili per appagare altri tipi di bisogni. È’ utile ricordare, in tal senso, il pensiero dell’illustre psicologo umanista Maslow (1992) il quale, nell’esporre, a livello di ontogenesi, la logica che motiva l’uomo a determinarsi, afferma che non si riesce a percepire un bisogno superiore se non si appaga quello inferiore. Così, ad esempio, in una scala di bisogni fondamentali che va da quelli fisiologici a quello di autorealizzazione, è difficile comprendere il valore nutritivo dell’amore se si ha lo stomaco vuoto.
7.2. Uscire dalla tentazione dell’accumulazione: un nuovo paradigma
Se, in modo analogo, la storia umana può essere letta come processo di emancipazione dell’umanità dai bisogni, è innegabile che qualcosa d’importante sia successo, specie per effetto della spinta produttiva e dello sviluppo economico verificatisi nel ventesimo secolo, e si stiano creando le condizioni idonee, nel Nord del mondo, a consentire l’affermazione di un nuovo paradigma mentale, capace di riconoscere gli effetti positivi prodotti dallo stato di relativa (non assoluta) tranquillità economica raggiunta sul piano delle relazioni con i paesi meno progrediti.
È vero che esiste, ed è preoccupante, una diffusa condizione di disoccupazione nella parte più sviluppata del mondo, ma le risorse economiche, fondate sul lavoro dei cittadini occupati e sulle politiche sociali degli Stati, consentono ai più di non vivere drammaticamente il problema della sopravvivenza. Una testimonianza indiretta di tale stato di cose la troviamo anche nel diffuso fenomeno dei giovani che restano nelle loro famiglie di origine, e a loro carico, ben oltre il compimento dei trent’anni. Altra questione, poi, è se, accanto a tale stato di tranquillità economica, maturino nuove povertà di tipo psicologico o affettivo, che non hanno nulla a che vedere con quelle storiche legate ai bisogni primari e che, tuttavia, attendono anch’esse adeguate risposte.
L’emergere progressivo di questo stato di cose economicamente più rassicurante, deve essere assunto consapevolmente per essere utilmente gestito e per favorire iniziative coraggiose e innovative. Se ciò non accadrà, si continueranno ad applicare i vecchi parametri e si continuerà a credere che:
· non ci siano alternative alla necessità di tenere in soggezione popoli e paesi economicamente meno sviluppati (per continuare ad avere comunque una riserva di sicurezza);
· non ci siano alternative a un potere fondato sul ricatto della forza;
· non deve essere messo a repentaglio l’alto livello di vita conquistato nella parte più agiata del mondo;
· tutta la partita deve continuare a essere giocata sull’ampliamento, la distribuzione e il godimento dei beni materiali;
· nessun contributo serio allo sviluppo può venire dai paesi economicamente poveri.
Si continueranno, cioè, ad applicare criteri interpretativi e punti di vista maturati all’interno di una situazione di precarietà che non esiste più.
8. Un nuovo equilibrio interiore per la pace
8. 1. La vita dell’altro sostiene la mia
Per poter progettare un intervento capace di avviare e stimolare un processo di pace è necessario, infine, che avvenga qualcosa sul piano intrapsichico, che serva a ridefinire i criteri di orientamento sui quali si fondano i nostri personali equilibri interni.
Come già detto, una parte della realtà psicofisica, per varie ragioni, vive in noi come se non ci appartenesse, come se ci fosse estranea. Poiché tale parte è quella che attiene maggiormente alla nostra fragilità e limitatezza, ignorandola, ci precludiamo la possibilità di sperimentare su di noi quel sentimento di compassione di cui è fondamentale fare esperienza per poter poi riconoscere e accogliere le debolezze di coloro che incontriamo. Identificandoci solo con le parti più gratificanti e gratificate della realtà, non arriviamo mai a conoscere il limite, il male e la negatività che ci appartengono e, quando li incontriamo, ci appaiono come qualcosa di incomprensibile, che disprezziamo e non vogliamo neanche vedere. Se non avviene l’accettazione integrale del nostro essere, continueremo a proporci come l’unico modello vivibile di umanità, a difendere oltre ogni limite le nostre conquiste, a invadere gli altri sul presupposto che altrove vi sia solo un deserto da irrigare.
Questo approccio psicologico porta con sé l’incapacità di riconoscere il valore dell’alterità e l’importanza della reciprocità nella vita di relazione. Nella migliore delle ipotesi, l’accettazione dell’altro viene motivata con spiegazioni di tipo razionale o attraverso il sentimento della pietas. Mai con un nostro personale bisogno. Si può oggi, al contrario, riconoscere quest’ultimo aspetto e arrivare a percepire profondamente che l’accettazione dell’altro è irrinunciabile, perché la sua vita è fondamentale per dare senso anche alla mia; la sua esistenza attenua la mia povertà e mi rende meno perdente nella lotta per la vita. È la stessa vita che è messa a repentaglio quando è negata la vita dell’altro, perché tale negazione è la conseguenza automatica del rifiuto che si opera, attraverso la rimozione, di parti che ci appartengono nostro malgrado.
8.2. Pace nel mondo e pace nel cuore
Alla luce di questa riflessione di tipo intrapsichico emerge che per lavorare in direzione della pace occorre lavorare su se stessi e sviluppare una capacità di accoglienza più ampia possibile di ciò che siamo realmente. Accogliere la nostra parte fragile e limitata, infatti, produce effetti significativi nella vita di relazione ai fini della pace, anche per ciò che attiene ai rapporti tra i paesi e i popoli. Se riusciamo a convivere con un’idea imperfetta e limitata di noi stessi, smettiamo anche di considerarci il modello ineguagliabile che gli altri sono solo tenuti a imitare. E questo è già un fatto positivo. In secondo luogo, la familiarità con il nostro limite consentirà di non provare più paura e repulsione di fronte alla limitatezza dell’altro, ma di avere più interesse a valorizzare la parte positiva che egli è in grado di esprimere.
Un processo intrapsichico che porti a un’identificazione di se stessi, che tenga conto realisticamente anche delle proprie parti meno gratificanti, apre la porta a un’idea della relazione come di un incontro tra soggetti altrettanto imperfetti e limitati, che hanno, tuttavia, ricchezze ed energie diverse che, anziché essere oggetto di appropriazione, possono essere riconosciute e poste al servizio di un obiettivo di vita valido per tutti.
Ci si può accorgere, in tal modo, che non si ha solo bisogno di oggetti o di persone da possedere, ma anche di sole, di amicizia e di pace, e che è possibile stabilire un rapporto di scambio più paritario tra questi beni, creando un sano scompiglio in un mercato nel quale chi ha il potere economico mostra di non avere pace interiore e chi ha il sole non sa di che vivere.
BIBLIOGRAFIA
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Fizzotti E. (1992), Verso una psicologia della religione. Volume I. Problemi e protagonisti. Leumann (To), ElleDiCi.
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