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Il nostro commento su Kyoto
“LA CONFERENZA MONDIALE DELLE RELIGIONI PER LA PACE, STRUMENTO DI RICONCILIAZIONE FRA I POPOLI”
Tra il 26 e il 29 Agosto scorso si è tenuta a Kioto, antica capitale del Giappone, l’VIII conferenza mondiale di “Religioni per la Pace”(la 1° si era riunita sempre a Kioto nel 1970) sul tema “Contrastare la violenza e progredire in una sicurezza condivisa”.
Certo non stupisce che proprio in questo paese, che tanto ha sofferto sia per le proprie avventure militari sia per gli effetti così spaventosi dell’attacco armato nucleare, venga così sentito il problema della costruzione della pace a livello globale.
In questa VIII conferenza erano presenti più di 800 leaders religiosi provenienti da più di 100 paesi in rappresentanza delle istituzioni e dei movimenti religiosi oggi operanti nel mondo(oltre a circa 2000 partecipanti giapponesi).
Nella conferenza sono confluite anche l’assemblea delle donne e quella dei giovani, che si erano tenute qualche giorno prima ad Hiroshima, portando un contributo molto significativo di idee e di domande.
Ho percepito sia nelle sessioni di lavoro sia negli incontri spontanei una grande disponibilità reciproca, ma anche molta franchezza nell’esprimere difficoltà e tensioni, soprattutto da parte dei delegati provenienti dalle aree più critiche (come il Vicino ed il Medio Oriente).
Si è cercato di andare in profondità nell’analizzare le cause della violenza, sia in generale, sia in riferimento a quella provocata o giustificata da motivi religiosi.
Ovviamente nel documento finale si riflette il carattere composito delle molteplici espressioni religiose, che non potevano non rappresentare con autenticità il livello attuale del loro cammino evolutivo sia spirituale sia culturale, con le luci e le ombre che caratterizzano la nostra reale condizione umana.
Ma dalla lettura del documento finale emerge anche una forte tensione unitaria verso la difesa e la promozione della vita di ogni singola persona, delle comunità, delle minoranze, di tutti i viventi e della terra che ci ospita.
Esaminando poi il problema della sicurezza dei singoli e delle nazioni si è definito, in modo lucido, il carattere illusorio di scelte difensive autosufficienti orientate contro gli altri, proponendo, in alternativa, la ricerca
paziente, coraggiosa e creativa di una sicurezza condivisa, con un impegno proporzionato alla difficoltà del compito.
Guardando con realismo allo scenario internazionale attuale si è affermato:”La sicurezza nazionale non necessariamente assicura la pace; di fatto, spesso, essa promuove la violenza e fomenta insicurezza”.
Credo che sia difficilmente contestabile questa osservazione.
La conferenza si è conclusa con un appello finale all’azione rivolto alle comunità religiose, alla rete mondiale “Religioni per la Pace”, nonché ai governi, alle organizzazioni internazionali ed al mondo della produzione e della finanza. In questo appello vengono indicate una serie di tracce di lavoro per arginare la violenza, ridurre i fattori macroscopici di rischio di guerra (ingiustizia,povertà,discriminazioni etc.), che potrete trovare leggendo la dichiarazione finale.
In questa sede vorrei sottolineare l’importanza che le religioni stesse si sentano motivate ad analizzare con responsabilità e serenità i lasciti negativi del proprio passato più o meno lontano,che non poteva non essere anche difficile e tormentato come quello che caratterizza ogni vita umana, costantemente in bilico tra le paure esistenziali e la tensione ad incontrare, amare, gioire.
Un'analisi approfondita, senza inutili”mea culpa”, del proprio passato può favorire il superamento della competizione e dell’avversione tra le religioni e nelle religioni.
La mia esperienza, non solo in questo evento di Kioto, mi fa dire che, quando persone di religioni differenti si aprono con fiducia e con realismo al dialogo, vengono a crearsi opportunità per liberarsi di comprensibili eccessive preoccupazioni reciproche, che diventano anche fobie, e raggiungere quella maturità e fecondità necessaria per sè e per gli altri; in caso contrario non è difficile scivolare nell’autosufficienza, nell’assolutismo e nel settarismo, magari non eclatanti, contraddicendo paradossalmente il fondamento della vita spirituale, che consiste in una tensione (noi diremmo messianica) all’unità ed alla pace.
Come accennavo in precedenza, il documento finale si presenta composito e con inevitabili contraddizioni, che potrebbero essere i nodi da sciogliere per il futuro.
In particolare, mi preme sottolineare la presenza di certi toni un po’ duri che vengono usati nei confronti dei “violenti” e degli “estremisti”; per quanto più che comprensibili per le ferite gravi, passate e presenti subite, sono per ciò stesso segnati da un fisiologico risentimento, che impedisce uno sguardo sapiente di diagnosi e di cura dei fenomeni stessi.
Recita un'antica preghiera monastica:
“Signore,
abbi misericordia di tutti noi,
a noi tutti perdona!
Beato chi conosce i propri peccati e non giudica i fratelli,
perché
i malati sono le nostre malattie,
i folli le nostre follie,
i nemici le nostre inimicizie
e i violenti le nostre violenze”.
Siamo “Religioni per la Pace” e non “Religioni nella Pace” o “Religioni della Pace”; siamo cioè in movimento continuo, travagliato ed impegnativo, per la pace; il nostro stare insieme, che è anche confrontarsi con le nostre paure e conflittualità, può diventare una scuola di pace; questa può trasformarci da fattori di rischio a fattori di crescita per una convivenza feconda per l’umanità in armonia con il creato, valorizzando così la ricchezza della molteplicità e della differenza.
Del resto già la nostra vita è frutto dell’opera di pace, talvolta fortemente contrastata, di generazioni e generazioni, che non hanno avuto paura di essere mani e cuore di Dio per sé e per altri.
Luigi De Salvia