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Ha-Shem. Il Nome





Ha-Shem. Il Nome


Per poter parlare di Ha-Shem, del Nome, dobbiamo innanzi tutto, brevemente, parlare della
Toràh. Che cos’è la Torah? Il termine significa insegnamento, e designa in primo luogo cinque libri, il Pentateuco: Bereshìt/In principio, Shemòt/Nomi, Wayiqrà/Chiamò, Bamidbàr/Nel deserto, Devarìm/Parole. A questi libri vanno aggiunti i Neviim, ossia gli scritti dei Profeti, e i Ketuvim, gli Agiografi. Se eliminiamo la divisione in libri, capitoli e versetti, abbiamo 304.805 lettere\numeri che possono essere studiati anche da un punto di vista strettamente matematico.
Il primo versetto della
Torah è «Bereshìt barà Eloqìm et ha-shammàyim we-et ha-àretz». Dunque la Torah inizia con una á bet, la seconda lettera dell’alfabeto, che ha valore numerico 2. à alef indica l’assoluta unità divina, il Creatore. Ciò che viene creato è invece sotto il segno della dualità, delle opposizioni.
«All’inizio, in principio creò…» abbiamo poi uno dei due Nomi che nella Bibbia indicano il Santo, benedetto Egli sia. Uno è un plurale, l’altro è una sigla impronunciabile. Uno indica l’attributo della sua Giustizia, l’altro della sua Misericordia.
Dunque, che cosa creò Elokim? Lo sanno tutti: i cieli e la terra. Ma nell’originale ebraico prima di queste parole troviamo la particella
et, che indica che ciò che segue è un complemento oggetto. Et è formato da una à alef e da una ú taw, che sono la prima e l’ultima delle lettere dell’alfabeto. Che cosa ha creato allora il Santo innanzi tutto? Egli, che è infinito, ha creato l’inizio e la fine.
A cosa può essere paragonata la
Torah? A una lettera che un Padre molto amato ha lasciato ai suoi figli prima di partire per un lungo viaggio in terre lontane. In attesa del suo ritorno i figli leggono e rileggono con molta attenzione la lettera del loro Padre e Maestro e cercano di fare la sua volontà, come Egli desidera.
Occorre però tenere presente che non vi è solo la Torah scritta, vi è anche la Torah orale, che precede e accompagna la Torah scritta. In una situazione di estremo pericolo per l’esistenza stessa del popolo ebraico la Torah orale venne messa per iscritto, e abbiamo così la Mishnàh. I commenti alla Mishnah costituiscono il Talmùd. Abbiamo poi ancora il Midràsh e la Qabbalàh.

Elie Wiesel ha definito il Talmud «un oceano vasto, turbolento eppure confortante, che suggerisce l’infinita dimensione dell’esistenza e l’amore per la vita, oltre che il mistero della morte e dell’istante che la precede». Il Talmud fa parte della storia degli ebrei da millenni, se consideriamo la sua storia dalle tradizioni orali alla Mishnah, alla discussione della Mishnah, al Talmud orale, al Talmud manoscritto, poi stampato, poi su Internet. Al suo interno, il qui e l’ora sono intimamente connessi con altri tempi e altri luoghi, i Maestri del I secolo discutono con i Maestri del XX secolo, i Rabbini babilonesi con quelli francesi. Più che un libro, è un approccio all’esistenza, nel quale la ricerca e la discussione collegano le realtà di questo mondo alle realtà del mondo a venire.
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Mi riferisco a quelle che i Romani chiamarono la I e la II Guerra Giudaica. Durante la I venne distrutto il Tempio di Gerusalemme e, riferisce Flavio Giuseppe, non vi erano più alberi in Israele perché centinaia di migliaia di Ebrei erano stati crocifissi dalle truppe di occupazione romane: "Secondo i dati forniti indipendentemente da Giuseppe e da Tacito, oltre 600.000 Ebrei avrebbero trovato la morte nel corso delle operazioni militari, circa il 25% della popolazione, e molti altri vennero fatti prigionieri e venduti come schiavi. Con ciò sembra possibile che qualcosa come la metà della popolazione ebraica sia stata eliminata fisicamente" (J. A. Soggin, Storia d'Israele, Paideia, Brescia 1984, p. 485). Nel 135 i morti furono 850.000 (Soggin p. 492).
E. Wiesel, Sei riflessioni sul Talmud, Bompiani, Milano 2000; Id., Celebrazione talmudica, tr. di R. Albano,Lulav, Milano 2002; A. Steinsaltz, Cos'è il Talmud?, Giuntina, Firenze 2004; M. A. Ouaknin, Invito al Talmud, tr. di R. Salvatori, Bollati Boringhieri, Torino 2009.






Quello che il
Talmud è per la Mishnah, il Midrash è per la Torah. Il termine deriva da darash, ricercare. Vi sono moltissimi punti oscuri nella Bibbia, incomprensibili senza il riferimento a una tradizione esegetica che precede, accompagna e segue il testo.
La
Qabbalah è la mistica ebraica. La realtà è un’unità in cui il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito si compenetrano. Il progressivo disvelamento della Qabbalah ha valenze escatologiche. Vi sono dei momenti privilegiati del passaggio dei segreti dalla sfera esoterica a quella essoterica. Nell’anno 1240, corrispondente all’anno 5000 nella datazione ebraica, ha avuto inizio il sesto millennio, e ha fatto la sua comparsa lo Zohar, il principale testo cabbalistico. Siamo ora nell’anno 5770, in un’epoca in cui la preparazione messianica si intensifica.
In Gn 1,26 leggiamo: «
Wa-yòmer Elokìm: “Naasèh adàm be-salmènu ki-demutènu”» e nel v. 27 si precisa che imago D. non è il maschio, ma il maschile-femminile: «Wa-yivrà Eloqìm et ha-adàm be-salmò be-sèlem Eloqìm barà otò zakhàr (maschio) u-neqewàh (femmina)». A immagine e somiglianza di Eloqim è Adam, che è maschio-femmina. Se osserviamo l’albero delle Sefiròt, vediamo forze maschili e femminili, abbiamo un Abba\Padre e una Imma\Madre, un Ben\Figlio e una Bat\Figlia.
E’ solo in Gn 2,4 che compare per la prima volta il Tetragramma: «Queste sono le
toledot (generazioni, storia) dei cieli e della terra nelle loro creazioni, nel giorno del fare Ha-Shem Eloqim terra e cieli».
In Es 3,13-14 Mosheh chiede a Eloqim cosa dovrà rispondere ai figli d’Israele che gli chiederanno qual è il Suo Nome e Eloqim risponde: «
Eheyèh ashèr eheyèh», che san Girolamo tradurrà con «Ego sum qui sum», ma l’originale ebraico contiene un futuro: «Sarò chi sarò».
Un futuro che ritroviamo nel profeta Zekharyah: «In quel giorno Ha-Shem sarà
Ehàd, uno e il Suo Nome sarà Uno» (Zc 14,9).
Possiamo ancora osservare che se allunghiamo un pochino la
yod e la trasformiamo in waw eheyeh diventa ahavàh, amore\charitas. C’è da stupirsi per l’importanza che viene attribuita alle lettere? I Maestri insegnano che D. risiede in ognuna delle lettere della Sua santa Torah.
In Es 20,1 troviamo le Dieci parole, il Decalogo: «E disse Eloqim tutte queste parole dicendo: “
Anokhì Ha-Shem Eloqèkha, Io sono il Signore tuo D.». La lettera à àlef che non aveva ricevuto l’onore di dare inizio alla Torah viene ricompensata: è la prima del Decalogo.
Il Nome, come tutti i nomi, è intraducibile. Nelle circa 2000 traduzioni della Bibbia esistenti, è invece stato tradotto, facendo ricorso ai nomi delle diverse divinità locali, di modo che il libro che avrebbe dovuto portare al mondo la conoscenza dell’Unità del molteplice è divenuto il ricettacolo di tutte le divinità: «Questo Nome essenziale è stato radicalmente eliminato da
tutte le traduzioni della Bibbia nelle duemiladuecentosessanta lingue e dialetti nei quali quel libro viene letto altrimenti che in ebraico. Per coloro che conoscono l’importanza del Nome, in particolare presso i Semiti, tale eliminazione costituisce una mutilazione tanto più grave in quanto Ha-Shem Eloqim è il solo Nome direttamente rivelato, da Colui che esso indica, a Mosheh. Per quanto sia paradossale, quel Nome è sostituito da nomi di idoli, quegli stessi che aveva la funzione di detronizzare…».
In che modo possiamo conoscere D.? Egli ci ha rivelato la Sua volontà. La
Torah è infatti un libro da fare: 613 miswot, precetti, per gli ebrei e per chi voglia entrare nell’alleanza di Mosè, 7 miswot per chi voglia entrare nell’alleanza di Noè, con la libertà di osservare, volendo, anche un certo numero delle restanti. Il Santo, benedetto Egli sia, nella sua trascendenza è assolutamente inconoscibile.
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G. Stemberger, Il Midrash, a cura di M. Perani, Dehoniane, Bologna 1992.
A. Safran, Saggezza della Cabbalà,a cura di V. Lucattini Vogelmann, Giuntina, Firenze 1998; Id., Tradizione esoterica ebraica, a cura di V. Lucattini Vogelmann, Giuntina, Firenze 1999; A. Steinsaltz, La rosa dai tredici petali,a cura di R. Volponi, Giuntina, Firenze 2000; G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, tr. di G. Russo, Einaudi, Torino 1993.
A. Chouraqui, Mosè. Viaggio ai confini di un mistero rivelato e di una utopia possibile, tr. di M. Morselli, Marietti, Genova 1996, p. 134. In tre pagine Chouraqui elenca alcuni di questi nomi, tratti dalle lingue del mondo (cfr. pp. 142-144).
Qui trova il suo fondamento il tema della libertà del cristiano, ma si tratta di libertà nella Legge e non dalla Legge.





Di Lui possiamo conoscere ciò che Lui ha voluto rivelarci: la sua volontà. Aderendo alla sua volontà noi ci avviciniamo a Lui. Come Lui è santo, così noi cerchiamo di santificarci, anche nelle minute attività della nostra vita quotidiana. Il primato dell’etica non è un rifiuto della Rivelazione, ma proprio il contenuto della Rivelazione.
Per millenni l’ebraismo è stato accusato di essere una religione particolaristica. Rav Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è tra coloro che più si sono adoperati per dimostrare l’infondatezza di tale accusa. Come sarebbe mai stato possibile che da tale particolarismo scaturissero due religioni universali (o meglio: aspiranti all’universalità) come il cristianesimo e l’islamismo? Vi è nell’ebraismo una duplice struttura, articolata in noachismo e mosaismo. L’alleanza con Noè non è in nulla inferiore all’alleanza con Mosè. Colui che si convertiva doveva presentarsi davanti a tre rabbini e dichiarare di voler appartenere alla religione noachide. E’ probabile che la conversione fosse accompagnata dal battesimo, ossia dall’immersione nelle acque vive del
miqweh. Il noachide si impegna a rispettare sette precetti: 1) istituzione di tribunali (= ogni società umana ha bisogno di giustizia); 2) divieto di blasfemia; 3) divieto di idolatria; 4) divieto di adulterio; 5) divieto di omicidio; 6) divieto di furto; 7) divieto di mangiare una parte di un animale vivo (= divieto di crudeltà nei confronti degli animali). Rispettando tali comandamenti il noachide entrerà nel mondo a venire, ossia avrà parte alla vita eterna.
Ad alcuni questi sette precetti sembrano troppo poco per condurre una vita di alta spiritualità. Non è di questo parere Emmanuel Levinas, il quale scrive: «La Legge di Dio è Rivelazione poiché in essa si enuncia: “non uccidere”. Tutto il resto è forse un tentativo di pensare questo – una “messa in scena” certamente necessaria, una “cultura” in cui ciò “si può capire”. E’ per lo meno così che cerco di dirlo a me stesso. Beninteso, “non uccidere” significa: “fa di tutto affinché l’altro viva”». «Non uccidere», il resto è commento.
Abbiamo impostato il discorso in modo da evitare una contrapposizione tra etica “veterotestamentaria” ed etica “neotestamentaria”. Ci auguriamo che l’epoca della controversistica ebraico-cristiana si sia conclusa. Un’unica
Torah, due Alleanze, quella di Noè (con i suoi 7 precetti) e quella di Mosè (con i suoi 613 precetti): questo è l’insegnamento della Tradizione ebraica, questo è anche l’insegnamento di Yeshùa\Gesù e del cristianesimo delle origini. Le miswot degli uni e degli altri illuminano la nostra vita terrestre, ma anche preparano le nostre anime alle vite future, tessono le vesti di luce indispensabili per godere delle beatitudini celesti.
Le anime procedono dalla seconda
Sefirah, Hokhmàh (il pensiero divino) ma compiendo le miswot accedono alla prima Sefirah, Keter (la volontà divina). Il valore numerico di Kèter è 620 (613+7): «Questo numero designa i 620 comandamenti dell’ebraismo, e la Qabbalah parla delle 620 colonne di luce che uniscono il mondo dell’Alto al mondo del Basso».
Come insegnano i Maestri all’inizio della
Didachè: «Vi sono due vie, una della vita e una della morte, molta però è la differenza tra le due vie. La via della vita dunque è questa: innanzitutto amerai Elokim che ti ha creato; in secondo luogo il tuo prossimo come te stesso, e tutto quanto non vorresti che ti capitasse, anche tu non farlo ad un altro».

Monoteismo, politeismo, panteismo, ateismo sono tutti termini inadeguati ad esprimere la nostra condizione di creature all’interno della creazione in riferimento al Creatore. La Bibbia è a-tea, scrive paradossalmente André Chouraqui, nel senso che non vi compaiono Theòs, Zeus, e neppure God o gli altri milioni di divinità dei Panteon dell’umanità. Ha-Shem Eloqim è il luogo del mondo, anche se il mondo non lo contiene: «in D. siamo e D. rimane in noi», e noi lo sappiamo
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E. Benamozegh, Israele e l'umanità, a cura di M. Morselli, Marietti, Genova 1990; Id., Il noachismo, a cura di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2006; A. Pallière, Il Santuario sconosciuto, a cura di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2005.
E. Levinas, Trascendenza e intelligibilità, a cura di F. Camera, Marietti, Genova-Milano 2009, pp. 36-7.
Cfr. la Didachè. La Torah del Messia attraverso i Dodici Apostoli ai goyim, a cura di G. Maestri e M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2009.
J. Eisenberg e A. Steinsaltz, Le chandelier d'or, Verdier, Paris 1988, p. 356.
Didachè, cit., p.53.




perché ci ha dato del Suo Spirito, è il versetto di Yo
hanan\Giovanni che Barukh Spinoza cita più volte nelle sue opere e addirittura inserisce nel frontespizio del Trattato teologico-politico.
Egli è l’essere che era, è e sarà -
Eheyèh ashèr eheyèh – un essere al futuro. E’ Ha-Shem, il Nome senza nome. Di Lui non possiamo farci nessuna immagine, perché quale immagine potrebbe essere adeguata all’Infinito? Il Suo Nome non deve essere pronunciato invano, perché nessuno può impadronirsi di Lui se non trasformandolo in un idolo. E l’idolatria non rappresenta una fase ormai superata dell’evoluzione religiosa dell’umanità, ma un pericolo costante anche per i nostri monoteismi e i nostri ateismi.

( Marco Morselli )


" Per hoc cognoscimus quod in Deo manemus et Deus manet in nobis, quod de Spiritu suo dedit nobis" 1Gv 4,13.


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