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discorso di Obama a Il Cairo




Discorso “storico” di Obama a Il Cairo




4 GIUGNO 2009: GIORNATA STORICA NEL “LAVORO” DI COSTRUZIONE DELLA PACE


Al Cairo, nell’aula magna dell’Università Al Azhar, lo hanno applaudito 33 volte; una ragazza lo ha interrotto urlandogli «Barack ti amiamo».

Barack Obama aveva annunciato «un nuovo inizio» nelle relazioni tra l’Occidente e l’islam.
Il presidente degli Stati Uniti voleva parlare al cuore del miliardo di musulmani sparsi per il mondo, più che alla mente degli uomini politici.

Desiderava cancellare l’immagine di un’America che imponeva con la forza la propria volontà.

Obama è apparso credibile agli islamici con un messaggio dai toni che avrebbero fatto pensare a Gandhi, ricco di citazioni dal «Sacro Corano» ma anche dalla «Sacra Bibbia» e dal Talmud.
«Fino a quando le nostre relazioni saranno definite dalle differenze, si rafforzeranno coloro che diffondono l’astio anziché la pace, i conflitti anziché la cooperazione. E questo ciclo di sospetti e di discordia deve terminare». Ma perché ciò avvenga «è necessario confessare apertamente i sentimenti che teniamo nascosti nel cuore o che troppo spesso confidiamo a porte chiuse».
Ha pronunciato due parole in arabo, «Salam Aleikum», ovvero che la «pace sia con voi», e per 90 minuti si è sforzato di «combattere gli stereotipi».

Obama ha ricordato che l’islam «ha una tradizione di tolleranza, come dimostrato nella storia dell’Andalusia e di Cordoba ai tempi dell’Inquisizione», ma anche oggi: «L’ho conosciuta da bambino in Indonesia». E ha ricordato che suo padre era un musulmano, con slancio genuino. Il discorso del 4 giugno non è stato solo politico; bensì personale e sorretto da convinzioni profonde. Quando ha affermato «l’America non è e non sarà mai in guerra con l’islam» è stato sincero, come quando ha ricordato che il mondo musulmano è stato umiliato dal colonialismo e penalizzato dalla Guerra fredda.
Barack ha chiesto anche che gli islamici, a loro volta, sfatino i luoghi comuni sull’America «che non è un impero che cura solo i propri interessi, ma una delle maggiori fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto». Ha ricordato il trauma dell’11 settembre, riconoscendo che «la rabbia e la paura ci hanno indotto ad agire contro i nostri valori», ma ha ribadito che «affronterà senza tregua gli estremisti violenti che pongono una grave minaccia alla nostra sicurezza».

Il legame con Israele? «Non si spezzerà mai», ma la situazione del popolo palestinese «è intollerabile».

Obama ha fatto degli accenni generali sulla globalizzazione, sui diritti delle donne, sulla democrazia.

Non voleva dividere, ma ispirare. «È più facile cominciare una guerra che finirla. È più facile incolpare gli altri che noi stessi. È più facile vedere cosa è differente piuttosto che cosa ci unisce. Ma dobbiamo scegliere la strada giusta, non quella più facile».

Nel suo discorso, il presidente Obama ha anche salutato gli sforzi nell’ambito del dialogo interreligioso del Custode delle Due Sacre Moschee, re Abdullah dell’Arabia Saudita, ed ha sottolineato le grandi potenzialità della cooperazione multireligiosa per affrontare le grandi sfide che si vanno presentando progressivamente all’umanità.

Come Religions for Peace apprezziamo molto questo riconoscimento da parte di Obama della fondamentale necessità della cooperazione multireligiosa rispetto ai grandi problemi di oggi.



IL MESSAGGIO AL MONDO MUSULMANO DEL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI
Il testo integrale del discorso di Obama a Il Cairo

04 giugno 2009


TRADUZIONE DI VERONICA DE CRIGNIS

"Sono onorato di essere nella città senza tempo del Cairo e di essere ospite di due importanti istituzioni. Per oltre un millennio Al-Azhar è stato un faro per la cultura araba e da più di un secolo l'università del Cairo è stata la fonte dello sviluppo dell'Egitto. Voi, insieme, rappresentate l'armonia tra progresso e tradizione e sono grato della vostra ospitalità, come dell'accoglienza del popolo egiziano. Sono fiero di essere il portavoce della buona volontà del popolo americano e di portare un saluto di pace dalle comunità musulmane del mio paese: assalaamu alaykum.
Il nostro incontro si svolge in un momento di tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, una tensione che affonda le proprie radici in ragioni storiche che vanno al di là del dibattito politico attuale.
Le relazioni tra l'Islam e l'Occidente sono fatte di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione; in tempi più recenti la tensione è stata alimentata da un colonialismo che negava i diritti e le opportunità di molti musulmani e da una Guerra Fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati spesso trattati come spettatori privi del diritto di parola, senza rispetto per le loro aspirazioni.
La modernizzazione e la globalizzazione, inoltre, hanno portato cambiamenti così radicali da spingere molti musulmani a vedere nell'Occidente un'entità ostile alle tradizioni dell'Islam. Queste tensioni sono state sfruttate da violenti estremisti per strumentalizzare un piccolo, ma potente numero di musulmani.
Gli attacchi dell'11 settembre e i successivi tentativi di violenza contro la popolazione civile ha indotto alcuni Paesi a vedere nell'Islam un nemico irriducibile non solo per gli Usa e le altre nazioni occidentali, ma addirittura per i diritti umani.
Tutto ciò ha alimentato la paura e la sfiducia. Fino a che il nostro rapporto verrà definito solamente in base alle nostre differenze renderemo sempre più potente chi semina odio, invece di pace, chi ricerca i conflitti, invece della cooperazione che è necessaria perché tutti i popoli possano avere giustizia e prosperità.
Per questo motivo deve essere spezzata la catena di sospetti e inimicizia. Sono qui per cercare d'inaugurare una nuova epoca nei rapporti tra Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, un rapporto basato sul mutuo rispetto e su un interesse reciproco, fondato - soprattutto - sull'idea che Usa e Islam non siano incompatibili e non debbano per forza essere in competizione. Si sovrappongono, invece, condividendo principi comuni di giustizia, progresso, tolleranza e dignità per tutti gli esseri umani.
Cerco una nuova base per il nostro rapporto anche se so che il cambiamento non potrà avvenire improvvisamente, nessun discorso - da solo - può sradicare anni di sfiducia né posso rispondere oggi a tutte le complesse questioni che ci hanno portati fino a qui.
Tuttavia sono convinto che per andare avanti sia necessario parlare apertamente di ciò che ci sta a cuore e che, troppo spesso, viene nascosto e taciuto. Ci dovranno essere sforzi da parte di entrambi, per ascoltare e per imparare dall'altro, per rispettarci a vicenda e, infine, per cercare un terreno comune su cui basare il nostro rapporto.
Come il sacro Corano ci esorta, "Sii consapevole di Dio e di' sempre la verità". Questo è proprio quel che tenterò: fare del mio meglio nel dire la verità, con l'umiltà che è necessaria per affrontare la sfida che ci attende, fermo nella convinzione che gli interessi che ci uniscono in quanto esseri umani siano molto più potenti delle forze che ci dividono.
Questa convinzione è basata, in parte, sulla mia esperienza personale.
Sono cristiano, ma mio padre proveniva da una famiglia keniota che contava generazioni di musulmani e, da ragazzo, ho passato diversi anni in Indonesia e ho ascoltato la chiamata dell'adhan [la chiamata alla preghiera effettuata tradizionalmente dal muezzin sul minareto, n.d.T.] all'alba e al tramonto. Quando, da giovane, ho lavorato nelle comunità di Chicago, ho conosciuto molte persone che avevano trovato dignità e pace nella fede musulmana.
Durante gli studi di storia ho compreso il debito che la cultura ha nei confronti dell'Islam. E' stato proprio l'Islam, in luoghi come l'università di Al-Azhar, a far avanzare la luce della cultura attraverso i secoli, aprendo la strada per il Rinascimento e l'Illuminismo europei. L'innovazione all'interno delle comunità musulmane ha permesso lo sviluppo dell'algebra, l'invenzione della bussola magnetica e di altri strumenti di navigazione, le tecniche di scrittura e stampa, la comprensione dei motivi e dei mezzi di diffusione delle malattie e la scoperta delle cure. La cultura islamica ci ha donato archi maestosi e guglie svettanti, poesia immortale e musica preziosa, la grafia elegante e luoghi pacifici e magnifici.
Lungo il corso della storia, infine, l'Islam ha dimostrato, con le parole e con i fatti, la possibilità di vivere attraverso la tolleranza religiosa e l'eguaglianza razziale. Sono anche consapevole che l'Islam ha fatto parte, da sempre, della storia degli Stati Uniti. Il Marocco è stata la prima Nazione a riconoscere il mio paese e, firmando il Trattato di Tripoli del 1796, il nostro secondo Presidente John Adams scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno alcun motivo di inimicizia per le leggi, la religione o la tranquillità dei musulmani".
A partire dalla fondazione, i musulmani americani hanno arricchito gli Stati Uniti, hanno combattuto le nostre guerre, hanno servito il nostro Governo, si sono erti a difesa dei diritti civili, hanno fondato imprese, insegnato nelle nostre università e ottenuto risultati eccezionali nello sport, sono stati insigniti del Premio Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la torcia olimpica.
Quando, recentemente, il primo americano di religione musulmana è stato eletto membro del Congresso, ha giurato di servire la nostra Costituzione usando il Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - teneva nella sua biblioteca personale. Ho conosciuto l'Islam in tre diversi continenti prima di visitare la regione dove è stato rivelato e quelle esperienze sostengono la mia convinzione che un rapporto tra America e Islam debba essere basato su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è.
Considero dunque parte della mia responsabilità come Presidente degli Stati Uniti lottare contro gli stereotipi negativi sull'Islam, ovunque essi appaiano. Lo stesso principio deve essere usato dai musulmani per valutare la propria percezione degli Stati Uniti. I musulmani non possono essere descritti da un rozzo stereotipo, allo stesso modo la natura e l'identità degli Stati Uniti non corrispondono alla grezza immagine di un impero egoista.
Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Siamo nati grazie alla rivoluzione contro un impero, siamo stati fondati in nome dell'ideale che tutti gli uomini siano stati creati uguali e abbiamo sparso il nostro sangue e lottato per secoli al fine di dare significato a queste parole, all'interno dei nostri confini come nel resto del mondo.
Siamo stati formati da tutte le culture, siamo giunti da ogni angolo della terra e ci siamo dedicati a un semplice ideale: ex pluribus unum: "Da molti, uno solo". Sono state spese molte parole sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto Presidente, ma la mia storia personale non è unica in questo senso. Il sogno di una possibilità per tutti non diventa realtà per ciascuno in America, ma questa promessa esiste per tutti quelli che arrivano sulle nostre rive e ciò comprende i quasi 7 milioni di americani musulmani che oggi, nel nostro paese, godono di redditi e livelli di istruzione al di sopra della media.
Negli Stati Uniti la libertà è inscindibile dalla libertà di professare la propria religione, questo è il motivo della presenza di una moschea in ogni Stato dell'Unione e di più di 1200 moschee all'interno dei nostri confini. Questa è, inoltre, la ragione per cui il governo degli Stati Uniti ha combattuto in tribunale per il diritto delle donne e delle ragazze di indossare lo hijab e per punire che negava questo diritto. Non ci sia dunque alcun dubbio: l'Islam è parte degli Stati Uniti e io credo che l'America abbia, dentro di sé, la coscienza che tutti noi, senza distinzione di religione o razza, condividiamo le stesse aspirazioni: quella di vivere sicuri e in pace, di avere un'istruzione e di poter lavorare con dignità, di amare la nostra famiglia, la nostra comunità e il nostro Dio. Questo è ciò che condividiamo, questa è la speranza per tutta l'umanità.
Il riconoscimento della nostra comune umanità è certamente solo il punto di partenza della nostra missione, le parole da sole non possono appagare i bisogni delle nostre genti, ma queste necessità potranno essere soddisfatte solo se agiremo coraggiosamente negli anni a venire e se capiremo che le sfide che ci si presenteranno sono sfide comuni e che un fallimento danneggerebbe tutti noi. Abbiamo imparato dall'esperienza di questi ultimi mesi che quando un sistema finanziario di indebolisce in un Paese, la prosperità di tutti è in pericolo. Quando una nuova influenza infetta un essere umano, tutti siamo a rischio. Quando una Nazione cerca di ottenere gli armamenti nucleari, il rischio di un attacco cresce per ogni Paese. Quando estremisti violenti agiscono in una zona di montagna, ci sono persone in pericolo dall'altra parte dell'oceano. Infine, quando vengono uccise persone innocenti in Bosnia e Darfur, si macchia la nostra coscienza collettiva.
Questo è il vero significato di condividere il mondo nel 21° secolo e questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri esseri umani. E' certamente una responsabilità difficile da accettare, anche perché la storia umana è un susseguirsi di Nazioni e tribù in lotta tra di loro per il perseguimento dei propri interessi. E tuttavia, in questa nuova epoca, tali abitudini sono dannose per ciascuno.
Ogni ordine mondiale che veda una Nazione, o un gruppo di persone, al di sopra degli altri è inevitabilmente destinato al fallimento, considerando il grado di interdipendenza tra di noi; questo significa che quando riflettiamo sul passato non dobbiamo diventarne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati con la cooperazione, il progresso deve essere condiviso. Ciò non vuol dire che sia necessario ignorare le fonti della tensione, anzi, suggerisce esattamente il contrario: dobbiamo affrontare i contrasti in modo diretto. In quest'ottica permettetemi di parlare il più chiaramente e semplicemente possibile a proposito di alcune delle questioni che - credo - dobbiamo affrontare insieme.
La prima problematica che dev'essere fronteggiata è quella dell'estremismo violento in ogni sua forma. Ad Ankara ho affermato con chiarezza che gli Stati Uniti non sono, né saranno mai, in guerra con l'Islam. La nostra opposizione sarà sempre rivolta, incessantemente, contro gli estremisti violenti che costituiscono un grave pericolo per la nostra sicurezza e questo perché noi rifiutiamo ciò che viene rigettato da tutte le fedi del mondi: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Ed è il mio primo dovere come Presidente degli Stati Uniti quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra la correttezza degli obiettivi americani e il bisogno di lavorare insieme verso di essi. Più di sette anni fa, gli Stati Uniti iniziarono a perseguire al Qaeda e i Talebani ricevendo un vasto supporto dalla comunità internazionale, non ci siamo impegnati in questa lotta per nostra volontà, ma per necessità.
Sono consapevole dell'esistenza di chi mette in dubbio, o giustifica, gli eventi dell'11 settembre, ma vorrei che fosse chiaro: al Qaeda uccise quasi 3000 persone quel giorno. Le vittime erano uomini, donne e bambini innocenti, americani e di altre nazionalità, che non avevano fatto nulla a nessuno e tuttavia al Qaeda scelse di assassinare queste persone senza pietà, di rivendicare l'attacco e ancora oggi dichiara la propria volontà di uccidere su vastissima scala.
Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere la propria influenza, queste non sono opinioni oggetto di discussione: sono fatti che devono essere affrontati. Non ingannatevi: non vogliamo tenere le nostre truppe in Afghanistan, non vogliamo avere là delle basi militari permanenti e per l'America è un'agonia perdere i nostri giovani uomini e le nostre giovani donne. Continuare questo conflitto ha un costo politico ed economico difficile da sostenere e saremmo felici di poter far rientrare a casa ognuno dei nostri soldati, se fossimo sicuri che in Afghanistan e Pakistan non vi siano estremisti violenti determinati a uccidere quanti più americani possibile. La situazione, però, non è questa.
Questa è la ragione della nostra alleanza con 46 Paesi e, nonostante i costi, l'impegno dell'America non s'indebolirà. Anzi. Nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti, che hanno ucciso in molte Nazioni, hanno ucciso persone di fedi diverse e - più di ogni altre - persone di fede musulmana.
Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti degli essere umani, il progresso delle Nazioni e con l'Islam. Il sacro Corano insegna che uccidere un innocente equivale a uccidere tutta l'umanità, mentre salvare un innocente è come salvare l'umanità intera. La fede di più di un miliardo di persone è enormemente più grande dell'odio cieco di pochi.
L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento, ma una componente importante nella promozione della pace. Siamo consapevoli che il solo intervento militare non è sufficiente a risolvere i problemi in Afghanistan e Pakistan, per questo stiamo progettando di investire 1,5 miliardi di dollari ogni anno, per 5 anni, per lavorare in collaborazione con i pakistani alla costruzione di scuole e ospedali, strade e imprese, oltre a investire centinaia di migliaia di dollari per aiutare chi si è dovuto spostare dai propri luoghi d'origine.
Per questo motivo finanziamo con 2,8 miliardi di dollari i progetti degli afghani per lo sviluppo della propria economia e per la fornitura dei servizi essenziali alla vita. Permettetemi anche di affrontare la questione dell'Iraq. Al contrario del conflitto in Afghanistan, abbiamo scelto di iniziare la guerra in Iraq e questa scelta ha causato forti contrasti nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che, per il popolo iracheno, sia positivo il fatto di essersi liberato della tirannia di Saddam Hussein, credo anche fermamente che gli eventi in Iraq abbiano ricordato agli Stati Uniti la necessità di impegnarsi diplomaticamente e di costruire un consenso internazionale, quando possibile, al fine di risolvere i contrasti.
Possiamo ricordare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Spero che la nostra saggezza cresca con il nostro potere e ci insegni che meno useremo questo potere maggiore sarà la nostra grandezza". Oggi gli Stati Uniti hanno una doppia responsabilità: quella di aiutare l'Iraq a plasmare un futuro migliore e quella di lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho detto chiaramente alla popolazione dell'Iraq che non vogliamo istituire nessuna base militare, che non avanziamo alcuna pretesa sui loro territori e sulle loro risorse.
La sovranità dell'Iraq appartiene all'Iraq ed è per questo che ho ordinato il rientro delle unità da combattimento entro agosto. Onoreremo i nostri impegni con il governo iracheno democraticamente eletto di rimuovere le unità di combattimento dalle città entro luglio e di far rientrare tutte le nostre truppe dall'Iraq entro il 2012. Collaboreremo all'addestramento delle forze di sicurezza del Paese e allo sviluppo della sua economia, ma sosterremo un Iraq sicuro e unito in veste di partner, non ci comporteremo come padroni.
Infine, l'America non potrà mai tollerare la violenza degli estremisti e, allo stesso modo, non dovremmo mai modificare i nostri principi. L'11 settembre è stato un trauma terribile per il nostro Paese e ha comprensibilmente causato rabbia e paura, ma in alcuni casi ci ha condotti ad agire in violazione dei nostri ideali. Ci stiamo concretamente impegnando a cambiare corso, ho proibito, senza possibilità di eccezione, l'uso della tortura da parte degli Stati Uniti e ho ordinato la chiusura della prigione di Guantanamo entro il prossimo anno. In questo modo l'America si potrà difendere, rispettando però la sovranità delle Nazioni e la guida della legge. Agiremo in collaborazione con le comunità musulmane che, come noi, vengono minacciate e prima gli estremisti si troveranno isolati e sgraditi all'interno delle comunità musulmane, prima tutti noi potremo essere più sicuri. La seconda maggiore fonte di tensione internazionale che vorrei discutere con voi è la situazione tra Israele, i palestinesi e il mondo arabo.
I legami tra Stati Uniti e Israele sono ben noti, questo legame non si può spezzare perché è basato su vincoli storici e culturali e sul riconoscimento che l'aspirazione per una patria ebraica affondi le proprie radici in un passato tragico che non può essere negato. Il popolo ebreo ha subito persecuzioni nel corso dei secoli e in tutto il mondo e, in Europa, l'anti-semitismo è culminato in un Olocausto senza precedenti.
Domani visiterò Buchenwald, che faceva parte di un sistema di campi di concentramento dove gli ebrei venivano schiavizzati, torturati, fucilati, uccisi con il gas per mano del Terzo Reich. Furono uccisi 6 milioni di ebrei, più dell'attuale popolazione di Israele e negare questo fatto è una posizione senza fondamento, ignorante e odiosa. Minacciare di distruggere Israele o perpetuare i vili stereotipi sugli ebrei è profondamente sbagliato, ha l'effetto di evocare nelle menti degli israeliani il più doloroso dei ricordi e, allo stesso tempo, di impedire la pace che le popolazioni di quella regione si meritano.
D'altro canto è innegabile che la popolazione palestinese - sia musulmana che cristiana - abbia sofferto nella ricerca di una patria. Per più di 60 anni hanno sopportato il dolore dell'essere profughi, molti attendono nei campi per rifugiati della Cisgiordania, di Gaza e delle regioni vicine la vita di pace e sicurezza che non hanno mai potuto condurre.
I palestinesi devono sopportare le grandi e piccole umiliazioni quotidiane causate dall'occupazione. Sia dunque chiaro che la situazione della popolazione palestinese è intollerabile, l'America non ignorerà le legittime aspirazioni dei palestinesi di dignità, opportunità future e di un proprio Stato. Per decenni siamo rimasti in una situazione di stallo: due popoli con aspirazioni legittime, entrambi con una storia dolorosa alle spalle che rende difficile il compromesso. E' facile puntare il dito - i palestinesi denunciano gli spostamenti di popolazione causati dalla fondazione dello stato di Israele e gli Israeliani lamentano gli attacchi e la costante ostilità che hanno dovuto affrontare nel corso della loro storia sia all'interno che all'esterno dei propri confini. Tuttavia, se osserviamo il conflitto da uno solo dei due punti di vista non riusciremo a riconoscere la verità: l'unica soluzione è che le aspirazioni di entrambi i popoli vengano soddisfatte con la creazione di due Stati dove sia israeliani che palestinesi possano vivere in pace e sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, dei palestinesi, degli Stati Uniti e del mondo intero e per questa ragione ho intenzione di impegnarmi personalmente per raggiungere quest'obiettivo, impiegando tutta la pazienza che sarà necessaria. Gli impegni sottoscritti dalle due parti nella Road Map sono chiari e affinché ci sia pace è tempo per loro di dimostrarsi all'altezza delle proprie responsabilità. I palestinesi devono abbandonare ogni forma di violenza, perché resistere attraverso la violenza e l'omicidio è sbagliato e non porta al successo.
La popolazione nera degli Stati Uniti ha, per secoli, sofferto per le frustate ricevute durante la schiavitù e per l'umiliazione della segregazione, ma non è stata la violenza a permettere di ottenere una piena uguaglianza di diritti. E' stata, al contrario, la pacifica e determinata insistenza sugli ideali centrali nella fondazione degli Stati Uniti. La stessa cosa può essere detta per il Sudafrica e il Sud Est asiatico, per l'Europa dell'Est e l'Indonesia. La semplice verità è che la violenza è un vicolo cieco, non è potere né coraggio lanciare dei razzi contro bambini che dormono, né far esplodere vecchie signore che viaggiano su un autobus. Non è così che si rivendica l'autorità morale, in questo modo - al contrario - la si abbandona.
Per i palestinesi è giunto il momento di concentrarsi su ciò che possono costruire, l'Autorità palestinese deve sviluppare una capacità di governo, creare istituzioni che siano al servizio dei bisogni delle sua gente. Hamas ha il supporto di una parte dei palestinesi, ma ha anche delle responsabilità: quella di contribuire a soddisfare le aspirazioni dei palestinesi e quella di unificare il popolo. Per questo deve abbandonare la violenza, riconoscere gli accordi stipulati in passato e il diritto di Israele all'esistenza.
Israele deve, allo stesso tempo, riconoscere che tanto quanto non può essere negato il suo diritto all'esistenza, allo stesso modo non può essere negato quello della Palestina. Gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità dei continuati insediamenti israeliani perché questo viola gli accordi precedenti e indebolisce gli sforzi per raggiungere la pace. Questo è il momento di fermare gli insediamenti. Israele deve dimostrarsi all'altezza delle proprie responsabilità affinché i palestinesi possano vivere, lavorare e sviluppare la propria società. La crisi umanitaria di Gaza, infatti, devasta le famiglie palestinesi, ma è anche una minaccia per la sicurezza di Israele, come lo è anche la mancanza di possibilità per il futuro della popolazione che vive in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana della popolazione palestinese deve essere necessariamente una componente del cammino di pace e Israele deve agire concretamente per permettere tutto questo.
Gli Stati Arabi, infine, devono riconoscere che il Summit della Lega Araba è stato un inizio importante, ma che non può costituire la fine delle loro responsabilità. Il conflitto arabo-israeliano non dev'essere più utilizzato per distrarre le popolazioni delle Nazioni arabe da altri problemi, dev'essere invece un motivo di intervento a favore dello sviluppo delle istituzioni palestinesi che siano in grado di gestire uno Stato, un motivo per riconoscere la legittimità dello Stato di Israele e, ancora, per scegliere il progresso piuttosto di concentrarsi sul passato.
Gli Stati Uniti collaboreranno con chi vuole raggiungere la pace e renderanno pubbliche le proposte e le discussione fatte con gli Israeliani, i palestinesi e i rappresentanti degli Stati arabi. Non possiamo imporre la pace, ma - in privato - molti musulmani riconoscono il fatto che Israele non scomparirà e, allo stesso modo, molti israeliani riconoscono la necessità di uno Stato palestinese. E' giunto il momento di agire per raggiungere ciò che tutti sanno essere vero. Sono state sparse troppe lacrime. Troppo sangue è stato versato.
La responsabilità di lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere assieme è nostra; è nostro l'impegno per far diventare la Terra Santa per tre grandi religioni il luogo di pace che dovrebbe essere; è nostro anche il dovere di rendere per molto tempo Gerusalemme una casa sicura per ebrei, cristiani e musulmani e un luogo in cui tutti i figli di Abramo possano ritrovarsi pacificamente come nella storia di Isra, in cui Mosé, Gesù e Maometto, che la pace sia con loro, erano uniti in preghiera.
La terza fonte di tensione è il nostro comune interesse nel diritto e nella responsabilità delle Nazioni in materia di armamenti nucleari. E' una questione che è stata causa di tensioni tra gli Stati Uniti e l'Iran, per molti anni l'Iran ha parzialmente definito la propria identità in opposizione al mio Paese e certamente la storia delle nostre relazioni è tumultuosa.
Durante gli anni della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nel rovesciamento del governo iraniano democraticamente eletto e dalla Rivoluzione islamica in poi l'Iran ha partecipato agli atti di violenza e ai rapimento subiti dalle truppe e dai civili americani. Conosciamo bene la storia, ma invece di rimanere intrappolato nel passato ho reso chiaro ai leader e al popolo dell'Iran che il mio Paese è pronto ad andare avanti, la domanda ora non è contro cosa di opponga l'Iran, ma quale futuro voglia costruire.
Sarà difficile superare decenni di sfiducia, ma procederemo con coraggio, rettitudine e decisione. Ci saranno molte questioni da discutere tra di noi e siamo decisi a muoversi senza farci influenzare da preconcetti, ma piuttosto sulla base del rispetto reciproco, anche se è chiaro a tutti che per quanto riguarda gli armamenti nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo.
E' qualcosa che non riguarda solamente gli interessi degli Stati Uniti, ma è volto alla prevenzione di una corsa agli armamenti nucleari nel Medio Oriente che potrebbe portare la regione e il mondo intero lungo un sentiero pericoloso. Capisco le ragioni di chi denuncia il fatto che alcuni Paesi posseggano armamenti nucleari e altri no, non credo neanche che una sola Nazione dovrebbe avere il potere di scegliere e selezionare chi può e chi non può possedere armi nucleari.
Per questa ragione ho riaffermato fortemente l'impegno degli Stati Uniti per un mondo senza armi atomiche e credo che ogni Nazione - incluso l'Iran - debba avere accesso all'energia atomica da utilizzare per scopi pacifici, se sottoscrive l'impegno del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare.
Quest'impegno è il nucleo del Trattato stesso e ogni Paese è tenuto a rispettarlo, spero che tutte le Nazione della regione possano condividere questo obiettivo. Il quarto argomento di cui vi parlerò è la democrazia. Sono consapevole della controversia degli ultimi anni a proposito della diffusione della democrazia e del fatto che molte delle ragioni alla base di queste discussioni siano legate alla guerra in Iraq.
Permettetemi di essere chiaro su questo punto: nessun sistema di governo può o dovrebbe essere imposto da una Nazione a un'altra. Tuttavia questo non diminuisce il mio impegno a favore di governi che riflettano la volontà delle popolazioni, ogni Nazione dà vita a questo principio in modo diverso, secondo le tradizioni del proprio popolo e gli Stati Uniti non hanno la presunzione di sapere ciò che è meglio per ognuno, come non presumiamo di poter scegliere il risultato di una elezione pacifica.
Io ho, però, un'incrollabile convinzione nel desiderio di tutti i popoli per alcune cose: la possibilità di esprimersi liberamente e di avere la libertà di scegliere il modo in cui essere governati; la fiducia nel governo della legge e in un'amministrazione equa della giustizia; un governo trasparente e che non rubi al proprio popolo; la libertà di vivere secondo le proprie scelte. Queste idee non sono proprie solamente degli americani, sono diritti dell'uomo e sono quello che sosterremo per tutti i popoli.
Quest'ultimo punto è importante perché c'è chi difende la democrazia solamente quando non detiene il potere e, una volta che l'ha ottenuto, sopprime i diritti degli altri senza alcuna pietà. In ogni luogo e in ogni caso il governo del popolo e per il popolo definisce una linea di condotta per tutti coloro che sono al potere: il mantenimento del potere deve avvenire attraverso il consenso, non la coercizione; l'interesse del popolo e il corretto funzionamento del processo politico devono essere posti al di sopra del proprio partito. Le elezioni da sole, senza queste componenti, non possono portare alla vera democrazia.
La quinta problematica che dobbiamo affrontare insieme è quella della libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza, come possiamo riscontrare nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante il periodo dell'Inquisizione. Io stesso l'ho potuto constatare durante la mia infanzia in Indonesia, dove devoti cristiani potevano esercitare liberamente la propria fede in un Paese a schiacciante maggioranza musulmana. E' questo lo spirito di cui abbiamo bisogno oggi; in ogni Paese le persone dovrebbero essere libere di scegliere e vivere la propria fede con mente, cuore e anima.
La tolleranza è essenziale per la prosperità delle religioni, ma viene minacciata in molti modi. Alcuni musulmani hanno l'inquietante tendenza a misurare la propria fede attraverso il rifiuto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve invece essere sostenuta, sia che si parli dei Maroniti del Libano che dei Copti in Egitto; le divisioni devono essere ricucite anche tra i musulmani, dato che i contrasti tra Sciiti e Sunniti hanno portato a tragiche violenze, in modo particolare in Iraq.
La libertà religiosa è centrale per la capacità delle persone di vivere insieme e dobbiamo sempre cercare i mezzi per difenderla. Negli Stati Uniti, ad esempio, le leggi sulle opere caritatevoli hanno reso più difficile per i musulmani l'adempimento dei propri doveri religiosi, per questa ragione mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani affinché possano rispettare lo zakat. Allo stesso modo è importante, per i paesi occidentali, evitare di impedire ai cittadini musulmani di praticare la propria religione come lo ritengono opportuno, ad esempio decidendo quali vestiti possano essere indossati dalle donne musulmane; non si può infatti fare distinzione tra le religioni sotto la falsa pretesa del liberalismo.
La fede dovrebbe invece avvicinarci, per questo motivo negli Stati Uniti stiamo creando progetti che uniscano Cristiani, Musulmani ed Ebrei e per questo abbiamo accolto con favore gli sforzi per il dialogo del re saudita Abdullah e la leadership della Turchia nella Alleanza di Civiltà. In tutto il mondo possiamo trasformare il dialogo in servizio interreligioso, affinché i ponti tra le persone permettano di agire, che sia per la lotta alla malaria oppure per portare aiuti dopo un disastro naturale.
La sesta questione di cui voglio parlarvi sono i diritti delle donne. So che si sta discutendo di questo e rifiuto l'idea - propria di alcuni occidentali - che una donna che scelga di portare il velo sia in qualche modo meno uguale, credo tuttavia che una donna a cui viene negata l'istruzione, venga privata anche dell'uguaglianza, non è infatti un caso che i Paesi in cui le donne ricevono una buona istruzione siano molto più spesso prosperi.
Vorrei che fosse chiaro: le problematiche legate ai diritti delle donne non sono semplici da affrontare per l'Islam. In Turchia e Pakistan, Bangladesh e Indonesia, abbiamo l'elezione di una donna a capo di paesi a maggioranza musulmana, allo stesso tempo la lotta per l'uguaglianza femminile continua in molti aspetti della vita americana e di altri Paesi.
Le nostre figlie possono dare un contributo alla società tanto quanto i nostri figli e la nostra prosperità sarà più grande se permetteremo a tutta l'umanità - uomini e donne - di raggiungere il suo pieno potenziale. Non credo che le donne debbano fare le stesse scelte degli uomini per avere uguaglianza e rispetto le donne che scelgono di vivere la loro vita nel solco dei loro ruoli tradizionali, ma questa dovrebbe essere una scelta.
Per questa ragione gli Stati Uniti collaboreranno qualunque Paese a maggioranza musulmana che sostenga una maggiore alfabetizzazione femminile e che aiuti le giovani donne a cercare impiego attraverso i micro-finanziamenti che aiutano le persone a vivere i propri sogni.
Voglio infine affrontare il tema dello sviluppo e le opportunità economiche. So che per molti la globalizzazione ha in sé aspetti contraddittori. Internet e televisione possono essere portatori di conoscenza e di informazioni, ma anche di una sessualità offensiva e una violenza insensata. Il commercio può portare nuova ricchezza e nuove opportunità, ma anche grandi sconvolgimenti e cambiamenti all'interno delle comunità.
In tutte le Nazioni, inclusa la mia, questo cambiamento suscita paura, timore che a causa della modernità si perda il controllo delle nostre scelte economiche, della nostra politica e - soprattutto - delle nostre identità, ciò che ci sta più a cuore delle nostre comunità, famiglie e della nostra fede. Tuttavia sono anche consapevole che il progresso umano non può essere negato, non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione.
Paesi come il Giappone e la Corea del Sud hanno sviluppato la loro economie mantenendo culture ben distinte, la stessa cosa è vera per il progresso di Paesi a larghissima maggioranza musulmana, da Kuala Lumpur a Dubai. Nel passato le comunità musulmane sono state all'avanguardia nei campi dell'innovazione e dell'educazione. Tutto ciò è importante perché nessuna strategia di sviluppo può essere basata solamente dalle ricchezze della terra, né può essere sostenuta mentre le giovani generazioni sono tagliate fuori dal mondo del lavoro. Molti stati del Golfo hanno goduto di grandi ricchezze grazie al petrolio e alcuni stanno ora cominciando a progettare il proprio sviluppo in campi più ampi, ma tutti noi dobbiamo riconoscere che l'educazione e l'innovazione saranno la moneta corrente del 21° secolo e in troppi Paesi musulmani queste aree ricevono pochissimi investimenti. Sto aumentando investimenti di questo tipo nel mio paese e se nel passato gli Stati Uniti si sono concentrati sul petrolio e sulla benzina, adesso ci muoviamo invece in direzione di un più ampio impegno.
Per quanto riguarda l'educazione, amplieremo i programmi di scambio e incrementeremo le borse di studio, come quella che ha portato mio padre negli Stati Uniti, e incoraggeremo più americani a studiare in comunità musulmane. Proporremo a studenti musulmani promettenti di svolgere tirocini in America e investiremo nell'e-learning per insegnanti e bambini in tutto il mondo, creeremo nuovi network su internet, così che un adolescente in Kansas possa comunicare istantaneamente con un coetaneo al Cairo. Nel campo dello sviluppo economico creeremo nuovi gruppi di volontari degli affari che collaborino con la loro controparte nei paesi a maggioranza musulmana e quest'anno terrò un summit sull'imprenditoria per definire come si possano approfondire i legami tra i leader del mondo degli affari, le fondazioni e gli imprenditori del sociale negli Stati Uniti e nelle comunità musulmane in tutto il mondo.
Per la scienza e la tecnologia lanceremo una nuova fondazione che sostenga lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana e che aiuti a trasferire le idee sul mercato in modo da creare posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, nel Medio Oriente e nel Sud-Est Asiatico, nomineremo nuovi inviati della scienza che collaborino nei programmi per lo sviluppo delle nuove risorse energetiche, per la creazione di posti di lavoro "verdi", per una documentazione digitale e per la coltivazione di nuovi colture.
Annuncio oggi un nuovo sforzo globale in collaborazione con l'Organizzazione della Conferenza Islamica per sradicare la poliomielite e per allargare le cooperazioni con le comunità musulmane per la promozione della salute del bambino e della madre. Tutto ciò dev'essere portato avanti insieme e gli americani sono pronti a unirsi ai cittadini e ai governi, alle organizzazioni di comunità, ai leader religiosi e degli affari nelle comunità musulmani in tutto il mondo, per aiutare i nostri popoli a perseguire l'obiettivo di una vita migliore.
Le questioni che ho descritto non saranno di facile soluzione, ma abbiamo la responsabilità di unirci in nome del mondo che cerchiamo, un mondo dove gli estremisti non minaccino i nostri popoli e dove le truppe americane siano tornate a casa; un mondo in cui israeliani e palestinesi vivano in sicurezza in un proprio Stato e in cui l'energia nucleare venga utilizzata per scopi pacifici; un mondo in cui i governi siano al servizio dei cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio vengano rispettati.
Questi sono interessi comuni, questo è il mondo che cerchiamo, ma possiamo ottenerlo solo insieme. So che ci sono molti, sia musulmani che non, che si chiedono se sia possibile forgiare questo nuovo inizio, alcuni vogliono rafforzare le divisioni e opporsi al progresso. Altri sostengono che quest'idea non valga lo sforzo, perché siamo condannati a essere in disaccordo e le culture sono destinate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici della possibilità che avvenga un reale cambiamento.
C'è così tanta paura e così grande sfiducia e tuttavia se scegliamo di essere legati al passato, non riusciremo mai ad andare avanti e voglio dirlo, in particolare, alle giovani generazioni di tutti i paesi - voi, più di chiunque altro, avete la capacità di cambiare questo mondo.
Tutti noi condividiamo questo mondo solamente per un breve spazio di tempo, è più facile far ricadere sugli altri le colpe, piuttosto che cercare dentro di noi; è più semplice notare ciò che ci distingue, piuttosto che quel che condividiamo. Dovremmo però scegliere il giusto cammino, non il sentiero più semplice. Al cuore di ogni religione c'è una regola, quella che dice che ciò che dovremmo trattare gli altri come vorremmo essere trattati da loro. Questa verità trascende le Nazioni e i popoli, è una convinzione che non è nuova, né bianca, né nera, né marrone; non è cristiana, musulmana o ebrea.
E' una convinzione, però, che vive nella culla delle civiltà e che batte ancora nei cuori di miliardi di persone. E' la fede nelle altre persone ed è quello che mi ha portato qui oggi. Abbiamo il potere di plasmare il mondo che cerchiamo, ma solamente se avremo il coraggio di partire da zero, ricordandoci di quel che è stato scritto. Il sacro Corano ci dice: "Oh, umanità! Vi abbiamo creati uomini e donne e vi abbiamo diviso in Nazioni e tribù affinché poteste conoscervi" Il Talmud ci dice: "L'intera Torah ha lo scopo di promuovere la pace" La santa Bibbia ci dice: "Siano benedetti i portatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" I popoli del mondo possono vivere insieme in pace, sappiamo che quella è la visione di Dio.
Questo deve ora essere il nostro impegno sulla Terra e che la pace di Dio sia su di voi.



Il discorso di Obama al Cairo
Il testo integrale nella versione originale in inglese

I am honored to be in the timeless city of Cairo, and to be hosted by two remarkable institutions. For over a thousand years, Al-Azhar has stood as a beacon of Islamic learning, and for over a century, Cairo University has been a source of Egypt's advancement. Together, you represent the harmony between tradition and progress. I am grateful for your hospitality, and the hospitality of the people of Egypt. I am also proud to carry with me the goodwill of the American people, and a greeting of peace from Muslim communities in my country: assalaamu alaykum.
"We meet at a time of tension between the United States and Muslims around the world - tension rooted in historical forces that go beyond any current policy debate. The relationship between Islam and the West includes centuries of co-existence and cooperation, but also conflict and religious wars. More recently, tension has been fed by colonialism that denied rights and opportunities to many Muslims, and a Cold War in which Muslim-majority countries were too often treated as proxies without regard to their own aspirations.
Moreover, the sweeping change brought by modernity and globalization led many Muslims to view the West as hostile to the traditions of Islam. Violent extremists have exploited these tensions in a small but potent minority of Muslims. The attacks of September 11th, 2001 and the continued efforts of these extremists to engage in violence against civilians has led some in my country to view Islam as inevitably hostile not only to America and Western countries, but also to human rights. This has bred more fear and mistrust. So long as our relationship is defined by our differences, we will empower those who sow hatred rather than peace, and who promote conflict rather than the cooperation that can help all of our people achieve justice and prosperity. This cycle of suspicion and discord must end. I have come here to seek a new beginning between the United States and Muslims around the world; one based upon mutual interest and mutual respect; and one based upon the truth that America and Islam are not exclusive, and need not be in competition. Instead, they overlap, and share common principles - principles of justice and progress; tolerance and the dignity of all human beings. I do so recognizing that change cannot happen overnight. No single speech can eradicate years of mistrust, nor can I answer in the time that I have all the complex questions that brought us to this point. But I am convinced that in order to move forward, we must say openly the things we hold in our hearts, and that too often are said only behind closed doors. There must be a sustained effort to listen to each other; to learn from each other; to respect one another; and to seek common ground.
As the Holy Koran tells us, "Be conscious of God and speak always the truth." That is what I will try to do - to speak the truth as best I can, humbled by the task before us, and firm in my belief that the interests we share as human beings are far more powerful than the forces that drive us apart. Part of this conviction is rooted in my own experience. I am a Christian, but my father came from a Kenyan family that includes generations of Muslims. As a boy, I spent several years in Indonesia and heard the call of the azaan at the break of dawn and the fall of dusk. As a young man, I worked in Chicago communities where many found dignity and peace in their Muslim faith. As a student of history, I also know civilization's debt to Islam. It was Islam - at places like Al-Azhar University - that carried the light of learning through so many centuries, paving the way for Europe's Renaissance and Enlightenment. It was innovation in Muslim communities that developed the order of algebra; our magnetic compass and tools of navigation; our mastery of pens and printing; our understanding of how disease spreads and how it can be healed. Islamic culture has given us majestic arches and soaring spires; timeless poetry and cherished music; elegant calligraphy and places of peaceful contemplation. And throughout history, Islam has demonstrated through words and deeds the possibilities of religious tolerance and racial equality.
I know, too, that Islam has always been a part of America's story. The first nation to recognize my country was Morocco. In signing the Treaty of Tripoli in 1796, our second President John Adams wrote, "The United States has in itself no character of enmity against the laws, religion or tranquility of Muslims." And since our founding, American Muslims have enriched the United States. They have fought in our wars, served in government, stood for civil rights, started businesses, taught at our Universities, excelled in our sports arenas, won Nobel Prizes, built our tallest building, and lit the Olympic Torch. And when the first Muslim-American was recently elected to Congress, he took the oath to defend our Constitution using the same Holy Koran that one of our Founding Fathers - Thomas Jefferson - kept in his personal library. So I have known Islam on three continents before coming to the region where it was first revealed. That experience guides my conviction that partnership between America and Islam must be based on what Islam is, not what it isn't. And I consider it part of my responsibility as President of the United States to fight against negative stereotypes of Islam wherever they appear. But that same principle must apply to Muslim perceptions of America. Just as Muslims do not fit a crude stereotype, America is not the crude stereotype of a self-interested empire. The United States has been one of the greatest sources of progress that the world has ever known. We were born out of revolution against an empire. We were founded upon the ideal that all are created equal, and we have shed blood and struggled for centuries to give meaning to those words - within our borders, and around the world. We are shaped by every culture, drawn from every end of the Earth, and dedicated to a simple concept: E pluribus unum: "Out of many, one."
Much has been made of the fact that an African-American with the name Barack Hussein Obama could be elected President. But my personal story is not so unique. The dream of opportunity for all people has not come true for everyone in America, but its promise exists for all who come to our shores - that includes nearly seven million American Muslims in our country today who enjoy incomes and education that are higher than average. Moreover, freedom in America is indivisible from the freedom to practice one's religion. That is why there is a mosque in every state of our union, and over 1,200 mosques within our borders. That is why the U.S. government has gone to court to protect the right of women and girls to wear the hijab, and to punish those who would deny it.
Islam is a part of America. And I believe that America holds within her the truth that regardless of race, religion or station in life, all of us share common aspirations - to live in peace and security; to get an education and to work with dignity; to love our families, our communities, and our God. These things we share. This is the hope of all humanity. Of course, recognizing our common humanity is only the beginning of our task. Words alone cannot meet the needs of our people. These needs will be met only if we act boldly in the years ahead; and if we understand that the challenges we face are shared, and our failure to meet them will hurt us all. For we have learned from recent experience that when a financial system weakens in one country, prosperity is hurt everywhere. When a new flu infects one human being, all are at risk. When one nation pursues a nuclear weapon, the risk of nuclear attack rises for all nations. When violent extremists operate in one stretch of mountains, people are endangered across an ocean. And when innocents in Bosnia and Darfur are slaughtered, that is a stain on our collective conscience. That is what it means to share this world in the 21st century. That is the responsibility we have to one another as human beings. This is a difficult responsibility to embrace. For human history has often been a record of nations and tribes subjugating one another to serve their own interests. Yet in this new age, such attitudes are self-defeating. Given our interdependence, any world order that elevates one nation or group of people over another will inevitably fail. So whatever we think of the past, we must not be prisoners of it. Our problems must be dealt with through partnership; progress must be shared. That does not mean we should ignore sources of tension. Indeed, it suggests the opposite: we must face these tensions squarely.
And so in that spirit, let me speak as clearly and plainly as I can about some specific issues that I believe we must finally confront together. The first issue that we have to confront is violent extremism in all of its forms. In Ankara, I made clear that America is not - and never will be - at war with Islam. We will, however, relentlessly confront violent extremists who pose a grave threat to our security. Because we reject the same thing that people of all faiths reject: the killing of innocent men, women, and children. And it is my first duty as President to protect the American people. The situation in Afghanistan demonstrates America's goals, and our need to work together. Over seven years ago, the United States pursued al Qaeda and the Taliban with broad international support. We did not go by choice, we went because of necessity. I am aware that some question or justify the events of 9/11. But let us be clear: al Qaeda killed nearly 3,000 people on that day. The victims were innocent men, women and children from America and many other nations who had done nothing to harm anybody. And yet Al Qaeda chose to ruthlessly murder these people, claimed credit for the attack, and even now states their determination to kill on a massive scale. They have affiliates in many countries and are trying to expand their reach. These are not opinions to be debated; these are facts to be dealt with. Make no mistake: we do not want to keep our troops in Afghanistan. We seek no military bases there. It is agonizing for America to lose our young men and women. It is costly and politically difficult to continue this conflict. We would gladly bring every single one of our troops home if we could be confident that there were not violent extremists in Afghanistan and Pakistan determined to kill as many Americans as they possibly can. But that is not yet the case. That's why we're partnering with a coalition of forty-six countries. And despite the costs involved, America's commitment will not weaken.
Indeed, none of us should tolerate these extremists. They have killed in many countries. They have killed people of different faiths - more than any other, they have killed Muslims. Their actions are irreconcilable with the rights of human beings, the progress of nations, and with Islam. The Holy Koran teaches that whoever kills an innocent, it is as if he has killed all mankind; and whoever saves a person, it is as if he has saved all mankind. The enduring faith of over a billion people is so much bigger than the narrow hatred of a few. Islam is not part of the problem in combating violent extremism - it is an important part of promoting peace. We also know that military power alone is not going to solve the problems in Afghanistan and Pakistan. That is why we plan to invest ê1.5 billion each year over the next five years to partner with Pakistanis to build schools and hospitals, roads and businesses, and hundreds of millions to help those who have been displaced. And that is why we are providing more than ê2.8 billion to help Afghans develop their economy and deliver services that people depend upon. Let me also address the issue of Iraq. Unlike Afghanistan, Iraq was a war of choice that provoked strong differences in my country and around the world. Although I believe that the Iraqi people are ultimately better off without the tyranny of Saddam Hussein, I also believe that events in Iraq have reminded America of the need to use diplomacy and build international consensus to resolve our problems whenever possible. Indeed, we can recall the words of Thomas Jefferson, who said: "I hope that our wisdom will grow with our power, and teach us that the less we use our power the greater it will be." Today, America has a dual responsibility: to help Iraq forge a better future - and to leave Iraq to Iraqis. I have made it clear to the Iraqi people that we pursue no bases, and no claim on their territory or resources. Iraq's sovereignty is its own. That is why I ordered the removal of our combat brigades by next August. That is why we will honor our agreement with Iraq's democratically-elected government to remove combat troops from Iraqi cities by July, and to remove all our troops from Iraq by 2012.
We will help Iraq train its Security Forces and develop its economy. But we will support a secure and united Iraq as a partner, and never as a patron. And finally, just as America can never tolerate violence by extremists, we must never alter our principles. 9/11 was an enormous trauma to our country. The fear and anger that it provoked was understandable, but in some cases, it led us to act contrary to our ideals. We are taking concrete actions to change course. I have unequivocally prohibited the use of torture by the United States, and I have ordered the prison at Guantanamo Bay closed by early next year. So America will defend itself respectful of the sovereignty of nations and the rule of law. And we will do so in partnership with Muslim communities which are also threatened. The sooner the extremists are isolated and unwelcome in Muslim communities, the sooner we will all be safer. The second major source of tension that we need to discuss is the situation between Israelis, Palestinians and the Arab world. America's strong bonds with Israel are well known. This bond is unbreakable. It is based upon cultural and historical ties, and the recognition that the aspiration for a Jewish homeland is rooted in a tragic history that cannot be denied.
Around the world the Jewish people were persecuted for centuries, and anti-semitism in Europe culminated in unprecedented holocaust. Tomorrow I will visit Buchenwald, which was part of a network of camps where Jews were enslaved, tortured, shot and gassed to death by the Third Reich. Six million Jews were killed - more than the entire Jewish population of Israel today. Denying that fact is baseless, ignorant, and hateful. Threatening Israel with destruction - or repeating vile stereotypes about Jews - is deeply wrong, and only serves to evoke in the minds of Israelis this most painful of memories while preventing the peace that the people of this region deserve. On the other hand, it is also undeniable that the Palestinian people - Muslims and Christians - have suffered in pursuit of a homeland. For more than sixty years they have endured the pain of dislocation. Many wait in refugee camps in the West Bank, Gaza, and neighboring lands for a life of peace and security that they have never been able to lead. They endure the daily humiliations - large and small - that come with occupation. So let there be no doubt: the situation for the Palestinian people is intolerable. America will not turn our backs on the legitimate Palestinian aspiration for dignity, opportunity, and a state of their own. For decades, there has been a stalemate: two peoples with legitimate aspirations, each with a painful history that makes compromise elusive. It is easy to point fingers - for Palestinians to point to the displacement brought by Israel's founding, and for Israelis to point to the constant hostility and attacks throughout its history from within its borders as well as beyond.
But if we see this conflict only from one side or the other, then we will be blind to the truth: the only resolution is for the aspirations of both sides to be met through two states, where Israelis and Palestinians each live in peace and security. That is in Israel's interest, Palestine's interest, America's interest, and the world's interest. That is why I intend to personally pursue this outcome with all the patience that the task requires. The obligations that the parties have agreed to under the Road Map are clear. For peace to come, it is time for them - and all of us - to live up to our responsibilities. Palestinians must abandon violence. Resistance through violence and killing is wrong and does not succeed. For centuries, black people in America suffered the lash of the whip as slaves and the humiliation of segregation. But it was not violence that won full and equal rights. It was a peaceful and determined insistence upon the ideals at the center of America's founding. This same story can be told by people from South Africa to South Asia; from Eastern Europe to Indonesia. It's a story with a simple truth: that violence is a dead end. It is a sign of neither courage nor power to shoot rockets at sleeping children, or to blow up old women on a bus. That is not how moral authority is claimed; that is how it is surrendered.
Now is the time for Palestinians to focus on what they can build. The Palestinian Authority must develop its capacity to govern, with institutions that serve the needs of its people. Hamas does have support among some Palestinians, but they also have responsibilities. To play a role in fulfilling Palestinian aspirations, and to unify the Palestinian people, Hamas must put an end to violence, recognize past agreements, and recognize Israel's right to exist. At the same time, Israelis must acknowledge that just as Israel's right to exist cannot be denied, neither can Palestine's. The United States does not accept the legitimacy of continued Israeli settlements. This construction violates previous agreements and undermines efforts to achieve peace. It is time for these settlements to stop. Israel must also live up to its obligations to ensure that Palestinians can live, and work, and develop their society. And just as it devastates Palestinian families, the continuing humanitarian crisis in Gaza does not serve Israel's security; neither does the continuing lack of opportunity in the West Bank. Progress in the daily lives of the Palestinian people must be part of a road to peace, and Israel must take concrete steps to enable such progress.
Finally, the Arab States must recognize that the Arab Peace Initiative was an important beginning, but not the end of their responsibilities. The Arab-Israeli conflict should no longer be used to distract the people of Arab nations from other problems. Instead, it must be a cause for action to help the Palestinian people develop the institutions that will sustain their state; to recognize Israel's legitimacy; and to choose progress over a self-defeating focus on the past. America will align our policies with those who pursue peace, and say in public what we say in private to Israelis and Palestinians and Arabs. We cannot impose peace. But privately, many Muslims recognize that Israel will not go away. Likewise, many Israelis recognize the need for a Palestinian state. It is time for us to act on what everyone knows to be true. Too many tears have flowed. Too much blood has been shed. All of us have a responsibility to work for the day when the mothers of Israelis and Palestinians can see their children grow up without fear; when the Holy Land of three great faiths is the place of peace that God intended it to be; when Jerusalem is a secure and lasting home for Jews and Christians and Muslims, and a place for all of the children of Abraham to mingle peacefully together as in the story of Isra, when Moses, Jesus, and Mohammed (peace be upon them) joined in prayer. The third source of tension is our shared interest in the rights and responsibilities of nations on nuclear weapons. This issue has been a source of tension between the United States and the Islamic Republic of Iran.
For many years, Iran has defined itself in part by its opposition to my country, and there is indeed a tumultuous history between us. In the middle of the Cold War, the United States played a role in the overthrow of a democratically-elected Iranian government. Since the Islamic Revolution, Iran has played a role in acts of hostage-taking and violence against U.S. troops and civilians. This history is well known. Rather than remain trapped in the past, I have made it clear to Iran's leaders and people that my country is prepared to move forward. The question, now, is not what Iran is against, but rather what future it wants to build. It will be hard to overcome decades of mistrust, but we will proceed with courage, rectitude and resolve. There will be many issues to discuss between our two countries, and we are willing to move forward without preconditions on the basis of mutual respect. But it is clear to all concerned that when it comes to nuclear weapons, we have reached a decisive point. This is not simply about America's interests. It is about preventing a nuclear arms race in the Middle East that could lead this region and the world down a hugely dangerous path. I understand those who protest that some countries have weapons that others do not. No single nation should pick and choose which nations hold nuclear weapons. That is why I strongly reaffirmed America's commitment to seek a world in which no nations hold nuclear weapons. And any nation - including Iran - should have the right to access peaceful nuclear power if it complies with its responsibilities under the nuclear Non-Proliferation Treaty. That commitment is at the core of the Treaty, and it must be kept for all who fully abide by it. And I am hopeful that all countries in the region can share in this goal.
The fourth issue that I will address is democracy. I know there has been controversy about the promotion of democracy in recent years and much of this controversy is connected to the war in Iraq. So let me be clear: no system of government can or should be imposed upon one nation by any other. That does not lessen my commitment, however, to governments that reflect the will of the people. Each nation gives life to this principle in its own way, grounded in the traditions of its own people. America does not presume to know what is best for everyone, just as we would not presume to pick the outcome of a peaceful election. But I do have an unyielding belief that all people yearn for certain things: the ability to speak your mind and have a say in how you are governed; confidence in the rule of law and the equal administration of justice; government that is transparent and doesn't steal from the people; the freedom to live as you choose. Those are not just American ideas, they are human rights, and that is why we will support them everywhere. There is no straight line to realize this promise. But this much is clear: governments that protect these rights are ultimately more stable, successful and secure. Suppressing ideas never succeeds in making them go away.
America respects the right of all peaceful and law-abiding voices to be heard around the world, even if we disagree with them. And we will welcome all elected, peaceful governments - provided they govern with respect for all their people. This last point is important because there are some who advocate for democracy only when they are out of power; once in power, they are ruthless in suppressing the rights of others. No matter where it takes hold, government of the people and by the people sets a single standard for all who hold power: you must maintain your power through consent, not coercion; you must respect the rights of minorities, and participate with a spirit of tolerance and compromise; you must place the interests of your people and the legitimate workings of the political process above your party. Without these ingredients, elections alone do not make true democracy.
The fifth issue that we must address together is religious freedom. Islam has a proud tradition of tolerance. We see it in the history of Andalusia and Cordoba during the Inquisition. I saw it firsthand as a child in Indonesia, where devout Christians worshiped freely in an overwhelmingly Muslim country. That is the spirit we need today. People in every country should be free to choose and live their faith based upon the persuasion of the mind, heart, and soul. This tolerance is essential for religion to thrive, but it is being challenged in many different ways. Among some Muslims, there is a disturbing tendency to measure one's own faith by the rejection of another's. The richness of religious diversity must be upheld - whether it is for Maronites in Lebanon or the Copts in Egypt. And fault lines must be closed among Muslims as well, as the divisions between Sunni and Shia have led to tragic violence, particularly in Iraq. Freedom of religion is central to the ability of peoples to live together. We must always examine the ways in which we protect it. For instance, in the United States, rules on charitable giving have made it harder for Muslims to fulfill their religious obligation. That is why I am committed to working with American Muslims to ensure that they can fulfill zakat. Likewise, it is important for Western countries to avoid impeding Muslim citizens from practicing religion as they see fit - for instance, by dictating what clothes a Muslim woman should wear. We cannot disguise hostility towards any religion behind the pretence of liberalism. Indeed, faith should bring us together. That is why we are forging service projects in America that bring together Christians, Muslims, and Jews. That is why we welcome efforts like Saudi Arabian King Abdullah's Interfaith dialogue and Turkey's leadership in the Alliance of Civilizations. Around the world, we can turn dialogue into Interfaith service, so bridges between peoples lead to action - whether it is combating malaria in Africa, or providing relief after a natural disaster.
The sixth issue that I want to address is women's rights. I know there is debate about this issue. I reject the view of some in the West that a woman who chooses to cover her hair is somehow less equal, but I do believe that a woman who is denied an education is denied equality. And it is no coincidence that countries where women are well-educated are far more likely to be prosperous. Now let me be clear: issues of women's equality are by no means simply an issue for Islam. In Turkey, Pakistan, Bangladesh and Indonesia, we have seen Muslim-majority countries elect a woman to lead. Meanwhile, the struggle for women's equality continues in many aspects of American life, and in countries around the world. Our daughters can contribute just as much to society as our sons, and our common prosperity will be advanced by allowing all humanity - men and women - to reach their full potential. I do not believe that women must make the same choices as men in order to be equal, and I respect those women who choose to live their lives in traditional roles. But it should be their choice. That is why the United States will partner with any Muslim-majority country to support expanded literacy for girls, and to help young women pursue employment through micro-financing that helps people live their dreams. Finally, I want to discuss economic development and opportunity. I know that for many, the face of globalization is contradictory. The Internet and television can bring knowledge and information, but also offensive sexuality and mindless violence. Trade can bring new wealth and opportunities, but also huge disruptions and changing communities. In all nations - including my own - this change can bring fear. Fear that because of modernity we will lose of control over our economic choices, our politics, and most importantly our identities - those things we most cherish about our communities, our families, our traditions, and our faith.
But I also know that human progress cannot be denied. There need not be contradiction between development and tradition. Countries like Japan and South Korea grew their economies while maintaining distinct cultures. The same is true for the astonishing progress within Muslim-majority countries from Kuala Lumpur to Dubai. In ancient times and in our times, Muslim communities have been at the forefront of innovation and education. This is important because no development strategy can be based only upon what comes out of the ground, nor can it be sustained while young people are out of work. Many Gulf States have enjoyed great wealth as a consequence of oil, and some are beginning to focus it on broader development. But all of us must recognize that education and innovation will be the currency of the 21st century, and in too many Muslim communities there remains underinvestment in these areas. I am emphasizing such investments within my country. And while America in the past has focused on oil and gas in this part of the world, we now seek a broader engagement. On education, we will expand exchange programs, and increase scholarships, like the one that brought my father to America, while encouraging more Americans to study in Muslim communities. And we will match promising Muslim students with internships in America; invest in on-line learning for teachers and children around the world; and create a new online network, so a teenager in Kansas can communicate instantly with a teenager in Cairo. On economic development, we will create a new corps of business volunteers to partner with counterparts in Muslim-majority countries. And I will host a Summit on Entrepreneurship this year to identify how we can deepen ties between business leaders, foundations and social entrepreneurs in the United States and Muslim communities around the world. On science and technology, we will launch a new fund to support technological development in Muslim-majority countries, and to help transfer ideas to the marketplace so they can create jobs. We will open centers of scientific excellence in Africa, the Middle East and Southeast Asia, and appoint new Science Envoys to collaborate on programs that develop new sources of energy, create green jobs, digitize records, clean water, and grow new crops. And today I am announcing a new global effort with the Organization of the Islamic Conference to eradicate polio. And we will also expand partnerships with Muslim communities to promote child and maternal health. All these things must be done in partnership. Americans are ready to join with citizens and governments; community organizations, religious leaders, and businesses in Muslim communities around the world to help our people pursue a better life.
The issues that I have described will not be easy to address. But we have a responsibility to join together on behalf of the world we seek - a world where extremists no longer threaten our people, and American troops have come home; a world where Israelis and Palestinians are each secure in a state of their own, and nuclear energy is used for peaceful purposes; a world where governments serve their citizens, and the rights of all God's children are respected. Those are mutual interests. That is the world we seek. But we can only achieve it together. I know there are many - Muslim and non-Muslim - who question whether we can forge this new beginning. Some are eager to stoke the flames of division, and to stand in the way of progress. Some suggest that it isn't worth the effort - that we are fated to disagree, and civilizations are doomed to clash. Many more are simply skeptical that real change can occur. There is so much fear, so much mistrust. But if we choose to be bound by the past, we will never move forward. And I want to particularly say this to young people of every faith, in every country - you, more than anyone, have the ability to remake this world. All of us share this world for but a brief moment in time. The question is whether we spend that time focused on what pushes us apart, or whether we commit ourselves to an effort - a sustained effort - to find common ground, to focus on the future we seek for our children, and to respect the dignity of all human beings. It is easier to start wars than to end them. It is easier to blame others than to look inward; to see what is different about someone than to find the things we share. But we should choose the right path, not just the easy path. There is also one rule that lies at the heart of every religion - that we do unto others as we would have them do unto us. This truth transcends nations and peoples - a belief that isn't new; that isn't black or white or brown; that isn't Christian, or Muslim or Jew. It's a belief that pulsed in the cradle of civilization, and that still beats in the heart of billions. It's a faith in other people, and it's what brought me here today.
We have the power to make the world we seek, but only if we have the courage to make a new beginning, keeping in mind what has been written. The Holy Koran tells us, "O mankind! We have created you male and a female; and we have made you into nations and tribes so that you may know one another." The Talmud tells us: "The whole of the Torah is for the purpose of promoting peace." The Holy Bible tells us, "Blessed are the peacemakers, for they shall be called sons of God." The people of the world can live together in peace. We know that is God's vision. Now, that must be our work here on Earth. Thank you. And may God's peace be upon you.

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